lunedì 24 giugno 2013

Pedalando con il gulasch


Visto che sto trascorrendo qualche giorno alle terme vicino al confine ungherese ho colto l'occasione per pedalare due-tre ore sul tracciato del Tour de Transdanubie che parecchi amici italiani percorreranno tra un paio di settimane.
In più pioveva e c'erano 11° perciò si era in perfetto “Scottish weather” quindi un'ottima occasione per provare l'assetto da pioggia che non ho potuto testare a dovere in Italia. Sì perchè la legge di Murphy funziona anche al contrario e se hai bisogno che piova perchè devi sperimentare dell'abbigliamento specifico stai sicuro, almeno così è successo a me, che appena sarai bardato a dovere smetterà di piovere.
Anche questa mattina me ne esco dall'hotel sotto gli occhi perplessi del portiere in tenuta da “palombaro ciclista” e appena sono in sella smette puntualmente di piovere. Mi inoltro subito verso le colline in direzione dell'Ungheria e arrivo alla frontiera sudato come un'iguana in calore. 

Decido quindi di togliermi giacca e pantaloni antipioggia col risultato che dopo pochi km ricomincia a piovere di brutto...Arrivo comunque alla strada dove passerà il brevetto magiaro e devo dire che ciclisticamente la zona è ottima: strade larghe e ben tenute, sicuramente meglio che in Emilia ma ci vuol poco... e soprattutto poco traffico. Boschi splendidi ma devo specificare di aver pedalato nella zona sud-ovest del paese nel parco nazionale Orsegi e immagino che intorno a Budapest la situazione sia diversa...sta di fatto che l'Ungheria ha gli stessi abitanti della Lombardia ma è quattro volte più grande. Saprete già che come moneta usano ancora il fiorino e che la lingua è decisamente incomprensibile visto che appartiene al ceppo ugro-finnico ma tutti sanno un po' di tedesco e i giovani l'inglese. Sembra un posto molto tranquillo ma preparatevi all'autonomia perchè esistono molti spazi disabitati. 

Il mio percorso era decisamente vallonato ma morbido e direi che in una settantina di km solo una volta non sono salito con il 50...certo che alla lunga questi saliscendi altrimenti detti mangia e bevi rischiano di rimanerti sullo stomaco...ma forse vi starete chiedendo i risultati del acqua-test: beh sono arrivato alla conclusione che dopo un paio di ore di pioggia battente sia praticamente impossibile restare asciutti visto che anche se ti sigilli sarai a mollo nel tuo sudore: l'unica cosa è evitare di avere freddo, che è quello che ti stronca, usando qualcosa di caldo e che dia una sensazione comunque gradevole sulla pelle.
Un'ultima considerazione per gli amanti del connubio terme-bici: se volete pagare e scalare molto Merano e Bormio vanno bene ma se volete risparmiare e pedalare con calma nella natura venite in Slovenia...viszontlátásra e köszönöm szépen ovvero arrivederci e grazie mile...


lunedì 10 giugno 2013

Arte randagia?


Durante i soliti cazzeggiamenti del dopo brevetto si discutevano le varie motivazioni che spingono uomini e donne nell'apparente possesso delle facoltà intellettive a salire in bici e pedalare per 400-600-1000 o più KM. Personalmente sono arrivato a considerarla una forma d'arte. Sovversiva. Body art allo stato puro. Futurismo ciclico. Direte che sono matto, ma ci sono abituato, comunque se pensate che c'è gente disposta a pagare decine di migliaia d'euro per avere una tela tagliata da una coltellata o una completamente blu e se ci sono intellettuali che passano serate a teatro per ascoltare due decerebrati che raccontano stupidaggini aspettando vanamente non-si-sa-chi beh allora anche per noi randagi c'è qualche speranza. E non provo neppure a tirare in ballo le soap opera televisive, non mi piace vincere facile.
Gli attori siamo noi, il palco sono le strade del mondo (street art?) sul genere possiamo discutere.
 Se il ciclismo tradizionale è una commedia e la mountain bike è un film di guerra credo che una randonneè sia un'intensa tragedia Shakespeariana...ma il pubblico, chiederete voi? Certo il pubblico tranne che alla partenza della Parigi Brest è un po' d'elite ma chiunque abbia raccontato a qualche pigro barista di Savona o Macerata che ha già pedalato tutta la notte e deve ancora fare 300KM solo così per il gusto di farlo, senza vincere nulla se non la noia della vita quotidiana, capisce che quello stupore e forse quelle domande esistenziali probabilmente sono più stimolanti che tanti libri. Perchè una cosa è immaginare un'altra è fare.
In ogni caso ci risiamo. Il palco questa volta è a Castelfranco, da sempre combattuta tra Modena e Bologna roba da “Secchia rapita” tanto per restare in argomento. Il maestro di corte qui è Lorenzo Borelli che quasi settantenne ha avuto ancora la grinta per finire l'infuocata 1001 miglia del 2012 e di organizzare questo brevetto ben supportato dagli altri appassionati della Polisportiva. Chapeau a tutti.

Dopo pochi km davanti iniziano a tirare come matti sui 40 all'ora. Un simpatico maestro di sci modenese mi presenta qualche personaggio....questo è un ex professionista l'altro ha “vinto” la prima 1001 e ha rischiato di farlo anche alla PBP insomma gente con le contropalle, ciclisticamente parlando. Di solito la mia tattica è quella di cercare di sfruttare la scia fino alle prime montagne e poi di proseguire col mio passo o con altri più abbordabili. Questa volta mentre mi trovo a salire verso Sassoleone a quasi 30all'ora inizio a dubitare della scelta. I sei tarantolati se ne vanno e io resto solo a trebbiare nella lunga valle che porta alla Futa. A un certo punto sulla sinistra vedo la scena che nessun ciclista vorrebbe mai vedere: un'ambulanza, una bici per terra e una macchia di sangue. C'è anche l'elicottero ma il pilota si fuma distrattamente una sigaretta: tutti pessimi segnali...qui la tregedia è vera. Auguro ogni bene al ciclista che se ne stava allegramente pedalando un sabato mattina incontro al suo destino. Magari non è successo nulla ...proseguo con questi pensieri mentre mi sorpassano prima Laura “Miss Italia” e poi un attempato randagio che sale con passo sicuro verso Firenzuola, li lascio andare visto che sto ancora smaltendo le tirate delle prime ore. Mi fermo ad una fontanella quando noto questo bislacco cartello....mi faccio qualche domanda: visto che mia moglie ripete spesso e volentieri, soprattutto alla partenza delle randonneè, che sono una gran testa di c... posso automaticamente dedurre che il mio casco sia, mutatis mutandis, il mio preservativo e ciò mi consenta di abbeverarmi senza temere di essere denunciato?

Sto ancora ridacchiando quando inizia la storica salita della Futa che ricordavo più pedalabile oppure sono io che vado più piano dell'ultima volta? Certo la ruggine non dorme mai...
In ogni caso si scollina dopo aver lasciato il lugubre cimitero di guerra tedesco e si torna in Emilia, bella discesa fino a Sasso Marconi che è decisamente un'altra cosa rispetto a quella orripilante vista dalla A1...ah potere della bici che riesce a farti vedere e gustare il bel panorama in un posto dove sei passato cento volte in macchina smadonnando contro i Tir, le code ,la strada stretta, isoradio ecc.
Salitella e ristoro a Mongardino dove piano piano arriva altra gente tra i quali Paride che non è in giornata e ci mancherebbe visto che nell'ultimo mese ha già fatto la 1000 Brancaleone, con acqua a catinelle e ascesa al Sestriere a -2 , domenica scorsa la 600 di Oderso in meno di 23 ore, ieri in più è stato imballato da una signora che gli ha mezzo distrutto la bici...onestamente mi chiedo come possa avere ancora la forza/voglia di pedalare. Eccolo qui  sotto alle prese con la pasta fredda passata dal convento, con l'immancabile birra e Miss Italia & papi. 

Arriva anche, incazzata come un istrice, Miss Italia che ha sbagliato strada in cima alla Futa scendendo, e dovendo risalire, per 6km. In più inizia a piovere. Si forma lì il gruppetto che, con qualche modifica , mi accompagnerà fino all'arrivo. I 100 km fino a Quattro Casella sono veramente noiosi soprattutto perchè sono le strade dove pedalo quasi ogni giorno e in più il tracciato passa per i famigerati “dislivelli” una decina di km di saliscendi ottimi per potenziarsi ma che io detesto e cerco di evitare ad ogni uscita. Il bello dei brevetti è che di solito ti portano in località nuove ma ritrovarsi qui a stantuffare sulla Sassuolo-Scandiano mi fa l'impressione che dovrebbe dare ad un clochàrd il dormire nel garage di casa propria.
All'arrivo allo splendido Bar abba, dove è situato il controllo del giro di boa, trovo una vecchia conoscenza: il pompiere di Aosta che è stato vittima di problemi intestinali e si ritira mestamente con il buon Paride. Saliranno sul furgone del padre di Miss Italia che fungerà da scopa di emergenza. Gli altri 100 km fino al primo passaggio dei 400 a Castelfranco sono ravvivati solo dalle decine di curve e controcurve che dio solo sa come Lorenzo abbia trovato in una delle zone più piatte dell'universo. Poi è il primo sabato sera della fine della scuola e la gaudente Emilia è impegnata in tavolate, grigliate, feste di paese che da una parte rendono ancora più surreale il nostro passaggio e dall'altro impongono altre deviazioni e modifiche al percorso base. Anche il passaggio notturno sotto la Ghirlandina a Modena ci è stato negato da una “Manifestazione Automobilistica” che evidentemente nella Motor Valley conta molto più che quattro sfigati bici-randagi.
Riusciamo comunque a essere al Pasta party notturno per le 24 e ciò ci riempe di orgoglio perchè la spaghettata di mezzanotte è un classico e soprattutto sancisce il fatto che abbiamo percorso i primi 400km in 15 ore. Il compaesano carpigiano che ha assillato tutti i controllori chiedendo la nostra “posizione” si spegne clamorosamente col suo socio ma in compenso si uniscono a noi due bei personaggi già conosciuti durante le prime ore granfondiste: uno è un tipetto di Verona che ha perso il gruppetto di testa forando in discesa da Sassoleone e l'altro è il vincitore della prima edizione della 1001 miglia. Tarcisio è di Cesenatico e mentre saliamo verso Serramazzoni scopro che è anche il famoso quasi vincitore dell'ultima PBP dove è stato buggerato con l'inganno da due bricconcelli francesi. Non ho ancora capito come abbiano fatto in ogni caso hanno depistato lui e l'americano con un sotterfugio per filare al traguardo indisturbati, alla faccia dello spirito Rando. Certo è un personaggio ma non è che se la tiri molto, mi sembra di capire che dopo la dis-avventura Parigina abbia lasciato lì e solo adesso a quasi due anni di distanza abbia ricominciato ad allenarsi. Non parla volentieri dell'accaduto.
Nella foto qui sotto me al tiro un po' al bar  in compagnia tra due "vincitori" della 1001 Miglia:


 Parlano invece più che volentieri di pompe e diminutivi da caserma i miei soci quando uno del gruppetto fora e scopriamo che la “valvola” è troppo corta e la pompa non fa il suo lavoro...seguono minuti di battutacce goliardiche ma essendo le 2 di notte non c'è da stupirsi. Dopo la piatta salita di Serramazzoni si scende su Pavullo ed inizia a d albeggiare. Fa freddo in discesa e vengo, giustamente, accusato dai miei compagni di fuga per non avere saputo predire la temperatura in Valdisasso dove in effetti sono passato solo una volta in vita mia con un caldo feroce. Abbiamo la visione di tre bellissimi cervi che ci osservano da un prato e mi viene in mente Geordie...tutto è una citazione...tutto è arte...soprattutto lo è per noi il controllo/ristoro del Boschetto che arriva al momento giusto dell'alba per fare il pieno di energia e caldo. 
Qualcuno ha la classica crisi di sonno delle 6 e non troviamo di meglio di aumentare l'andatura per pompare un po' di adrenalina che ci tenga svegli fino all'arrivo. Prima di Castelvetro c'è anche un inutile controllo a sorpresa ma l'unica presenza che smuove le acque è rappresentata dalla barista del controllo di Torre Maina. Il resto è una morbida discesa intervallata solo dal racconto di Miss Italia che spiega le sue preoccupazioni sul brevetto di qualificazione che correrà in Svizzera tra tre settimane per poter fare la RAAM: 900 km con 7000mt di dislivello in meno di 41 ore son abbastanza tosti anche se sono solo l'antipasto per la rando più lunga e costosa del mondo: 30mila€ per potersi massacrare sulla Coast to coast di 5000km dalla California a Washington.
Ancora qualche curvetta che ci accompagna alle 9,40 al circolo ARCI di Castelfranco dove tra coniglietti lasciati allegramente liberi
 e vecchietti che strabuzzano gli occhi all'udire le nostre gesta, scopro questo che potrebbe essere un buon rando-ciclo per il futuro...chissà se non riusciamo a sfondare nella tragedia una qualche comparsata a Zelig potremmo sempre meritarcela...



domenica 5 maggio 2013

Randonneè della Romagna: il ritorno.

Quanto è bello lu primmo ammore,
Lu secondo è chiù bello ancor
(Toni Santagata...mica cazzi...)

Quest'anno il mio calendario randagio è cambiato parecchio e dopo il primo anno di entusiastico innamoramento durante il quale ho pedalato un po' ovunque è subentrato un periodo più moderato nel quale l'infatuazione, come spesso accade, si è fatta più matura e ponderata. Ho deciso quindi di partecipare solo a rando vicino a casa ma la 400 di Lugo è stata la prima notte e non potevo mancare il bis.
Tante le novità quest'anno, a fronte di un percorso sostanzialmente uguale, i 100 km per Comacchio sono stati giustamente spostati a inizio giro che altrimenti alla fine non se li filava nessuno. Poi la partenza è avvenuta in piazza sotto l'austera statua dell'eroico pilota che è un po' la gloria locale e che vedete in una suggestiva foto notturna (non l'ho fatta io perche il cellulare mi ha cancellato tutte quelle che avevo fatto, azz!)



Si parte così alle 18 e andata e ritorno per Comacchio sono ravvivati solo dalla confusione tra le tracce che portano il gruppo a fare due volte il ritorno, sempre suggestivo comunque il passaggio sull'acqua delle valli. Forse però non avevamo voglia di farci il previsto giro sul traghetto?
Torniamo a Lugo alle 21, 30, ci rimpinziamo grazie alla squisita ospitalità degli organizzatori (ristori sempre ottimi e abbondanti...) ma poi dobiamo sorbirci una mezz'ora di stop in attesa della partenza della 300KM che forse si potrebbe in futuro evitare. Capisco i brevetti dove viene organizzata anche una 200 che magari, non implicando la notte, attrae più appassionati ma questa versione short attrae solo pochi randagi in più tra l'altro in genere con assetto più granfondistico e che contribuiscono a portare il gruppo alla base delle salite ai 35 di media. Si riparte alle 22 tra due ali di pubblico plaudente che è sempre una soddisfazione, saremo un centinaio di disperati che si buttano nella notte romagnola. Anche la safety car dell'organizzazione comunque ci scorta per i primi 15 km ad un'andatura decisamente allegra. Alla prima asperità del passo del Carnaio provo anche quest'anno a stare con i primi ma incomincio a sentire il peso delle borse che mi trascino appresso. Devo aprire a questo punto una parentesi su un fattore fondamentale nella vita e nella pianificazione delle rando ovvero le previsioni del tempo. Credo che tutti i ciclisti abbiano una particolare attenzione sull'argomento ma per chi si scammella passi oltre il 1000 mt avere o no attrezzatura adeguata può fare la differenza. Purtroppo quello del meteo è uno degli argomenti più cliccati ed il WEB è pieno di previsioni che in più quest'anno cambiano in continuazione. Alla fine non si sa più a chi credere e come spesso accade avere troppe informazioni è come non averne. Ma qualcuno c'azzecca...e ha sempre pochi pesi ma mi chiedo cosa farebbero in caso di pioggia prolungata o di rottura meccanica.
In questo periodo in preparazione alla LEL leggo molto i forum inglesi e devo ammettere che lì la mentalità è diversa anche a causa del fatto che comunque lo scroscio più o meno intenso e prolungato è inevitabile. Perciò si esce comunque bardati come palombari-ciclisti. Anzi un saggio randagio giungeva a formulare questa massima : se ti porti indumenti pesanti sicuramente non li userai ma se non li porti probabilmente ne avrai bisogno. Regola che evidentemente non può essere estesa universalmente ma che ha forse una sua validità individuale, con le sue debite eccezioni. Sembrano immuni da questa profezia i rando-granfondisti di cui sopra che si presentano alla partenza con l'equivalente ciclistico delle celebri “ due gocce di Chanèl” delle quali si copriva Marilyn Monroe. Ma a loro va sempre bene...
Ma torniamo al Carnaio: quest'anno non c'è la spelendida luna pieva che inondava di luce siderea gli altopiani dell'appennino tosco-emiliano rendendo indimenticabile la mia prima notte randagia. Però non piove e va bene così. Dopo il ristoro resto solo ma scendo “a balla” su S. Sofia e recupero un gruppetto nella vallata che porta all'imbocco del passo della Calla che a quasi 1300mt rappresenta la cima Coppi del brevetto ma che soprattutto è una zona isolata nella quale preferirei evitare di restare solo alle 3 di notte. Saliamo costanti e il silenzio viene rotto solo dalle “arie” che si scambiano Paride e Laura...gli ultimi 3 KM per me sono un calvario : sono salito ad un passo superiore alle mie possibilità soprattutto considerando il peso delle borse o pago pegno. Comunque arrivo in cima e scendiamo verso il Casentino . Ho freddo e il colmo è che ho una borsa piena di vestiti ma non ho voglia di tirarli fuori e mi accontento della solita mantellina antivento. Poi c'è il passo della croce dei Mori con conseguente discesona su Dicomano e i ricordi non possono che correre alla 1001 miglia ed alla ovvia constatazione di come diamentralmente opposta possa essere la stessa strada se fatta in salita alle 6 di pomeriggio d'agosto nel bel mezzo di un'ondata di calore oppure in discesa alle 5 mattina di inizio maggio. Eppure, direbbe il mio maestro di Taoismo, la strada è sempre quella...
Sulla salita Laura la “Miss Italia” delle 1001 Miglia viene generosamente spinta su dal buon Paride che evidentemente vi riconosce la “nuova Elena” ed è giusto così. Annoto solo che a me barbuto cinquantenne questi favori non capitano così come non capitava quando frequentavo il liceo classico che i prof., durante le verifiche, mi aiutassero come invece facevano con le piagnucolanti compagne di classe. Questa è la vita...
Comunque si arriva al controllo di Vicchio dove nacque, forse, Giotto ma da dove sicuramente la strada si inizia a inerpicare sul passo della Colla che ci riporterà in Romagna.
Abbandoniamo troppo presto i bei paesini toscani ma la bellezza della vallata è altrettanto commuovente poi tra sbuffi e sacramenti anche noi sei raggiungiamo la vetta e caliamo su Marradi. Qua c'è l'ultima aperità del Beccuggiano, una salita breve ma tosta con pendenze oltre al 10% che dopo 350km fanno male. In cima c'è un po' di casino per via della strada normale che è franata e richiede una supplementare dose di salita e soprattutto una stradina veramente malconcia. Qualche cartello in più per i pellegrini del brevetto forse sarebbe stato utile ma arrivati al luculliano ristoro del Queceto dove il rischio maggiore è di abusare delle leccornie locali (con tanto di piadina con salsiccia i ferri...) e di inchiodarsi lì. Mancano ancora 50 KM in leggera discesa ma anche quest'anno per aggiungere un po' di paprika al finale mi accodo au uno dei gruppetti che partecipano al giro della Romangna che il buon Alfredo continua a definire una passeggiata cicloturistica ma che in verità viene affrontata come una crono a squadre. Ci passano su 45 all'ora e io mi accodo, solo che ogni strappo è un calvario e il nostro gruppo si sfalda: solo in tre , chapeu, riusciranno a seguire i “cicloturisti” fino a Lugo. Continuo a pensare che queti “treni rapidi” altrerino un po' il finale ma capisco che organizzativamente vada bene così. Io e un tipo di Senigaglia comunque teniamo a botta fino a Faenza poi ci staccano e raggiungiamo col nostro passo Lugo alle 11. Salutiamo i ragazzi dell'organizazzione, sempre ottima e ci diamo appuntamento alle prossime puntate.
Decisamente quest'anno mi è andata meglio sul piano meccanico, l'anno scorso avevo rotto la ruota, ma sono arrivato alla conclusione che non sempre stare in gruppo sia positivo. Certo stare a ruota se gli altri tirano, è positivo ma spesso ti porta a seguire ritmi in salita e fermate che vorresti evitare. Certamente è piacevole pedalare e chiacchierare in pianura con gli amici conosciuti negli altri brevetti o anche con quelli nuovi ma sono sempre più convinto che la solutidine abbia i suoi punti favorevoli evitando distrazioni e facendoti gustare meglio i paesaggi: come spesso accade nella vita credo che la soluzione sia nella capacità di adattarsi e di cogliere l'attimo fuggente...e è quasi scontato pensare al “Carpe diem” per uno che vive a Carpi di questi tempi di maggio tra trombe d'aria, maxigrandinate e terremoti. E allora anche un brevetto ciclistico può riscaldare i nostri cuori raggelati dalle brutture quotidiane di questo piatto mondo.
Ringrazio Gaetano per la foto e la compagnia !


domenica 6 gennaio 2013

Un anno da randagio-considerazioni sparse


Diventerò un vero randonneur da grande? Forse sì e forse no...

La fine/inizio dell'anno mi portano naturalmente a fare dei riepiloghi, delle valutazioni sulla stagione passata e delle previsioni su quella a venire. Intanto noto che nel 2012 ho pedalato molto, forse troppo, 23000 mila km sono mezzo mondo e 1000 ore equivalgono a 40 giorni di fila passati in sella. Sono stato fortunato : mia moglie non mi ha cacciato di casa e casualmente faccio un lavoro, il maestro, che mi concede ampio tempo libero. Non ho mai avuto incidenti e ho percorso più di 4000 km in randonnee, era il mio primo anno e devo ammettere che mi sono impegnato e divertito molto ma ho avuto anche le mie belle soddisfazioni. In questi giorni sono vicino a Pitigliano dove pochi mesi fa sono passato nel corso della 1001 miglia e devo dire che quel brevetto ha fatto un po' da spartiacque nella mia esperienza randagia: continuo a pensare che i giri da 200 km non siano da considerare vere rando ma tuttalpiù allenamenti o sgambate preparatorie. Anche le 600 come la VeronaResiaVerona o il Tourblanc alla fine sono poco più che delle belle passeggiate cicloturistiche: il vero brevetto resta quello sopra i 1000 km.
Mi rendo conto che se avessi letto una affermazione del genere un anno fa l'avrei considerata una spacconata tanto per vantarsi al bar con gli amici, ma solo dopo un paio di notti passate in sella si inizia a saggiare la capacità di resistere e soffrire, ma anche di gioire, che rendono uniche queste avventure. Come spesso capita per le emozioni più profonde non esiste altro mezzo che provarle sulla propria pelle per rendersene conto.
Quello che mi ha piacevolmente sorpreso, ripensandoci, è l'avere pedalato e parlato con randagi di altre nazioni e rimane forse il rammarico di non averlo fatto di più ma, per ovvie ragioni, sulle salite toscane a 42° non è che avessimo molto fiato da sprecare. Ho comunque potuto constatare come esistano davvero molte differenti prospettive per affrontare un brevetto ma come sia sostanzialmente giusto continuare a far convivere l'anima “agonistica” e quella cicloturistica. So che c'è molto dibattito su questo aspetto ma mi sembra più una menata italiana: la Parigi-Brest nasce ad esempio come gara e nessuno in Francia si stupisce che molti la intendano tuttoggi così, il problema semmai è dato dall'enorme differenza tra chi pedala in solitaria e chi può appoggiarsi su un'assistenza più o meno strutturata. Ecco su quello sarei drastico vietando ogni forma di aiuto esterno anche visto che oramai tra bag-drop e punti ristoro ogni 4/5 ore l'assistenza c'è già per tutti. Insomma se viene accettata la versione corsaiola credo sia ingiusto fare una stessa classifica tra chi pedala senza borse e alla fine di una tappa sale su un comodo camper e chi si porta dietro tutto e deve arrabattarsi tra cremine, cibi, vestiti e GPS.
Sì perchè quello che rende tutta tonda l'esperienza rando è questa capacità logistica e organizzativa che nasce da lontano, nelle lunghe ricerche invernali sulle luci, le pile, il gps, la bici, la sella, i vestiti ecc, ecc. Risulta abbastanza facile salire su una bici da corsa e farsi il classico giro della domenica da 4-5 ore con banana, giacca e via, invece decidere l'equilibrio ideale tra confort e peso delle borse è un'arte a se stante. Qui l'esperienza è fondamentale ed è bello mettersi alla prova, trovare soluzioni individuali che rendono ogni rando-bici diversa dall'altra. Se guardi una normale granfondo o anche il giro della domenica in gruppo farai fatica a notare delle differenze sostanziali tra i vari partecipanti ma se fai un giro prima di un brevetto over 1000 noterai subito le diverse filosofie che sprizzano da ogni bici e da ogni randagio. Credo che queste storie, questi quadri in movimento rappresentino proprio la bellezza e l'unicità del randagio, del ciclista che sfida il buon senso e la normalità del quotidiano vivere e pedalare per provare ad andare oltre, scoprendo che questi presunti limiti non sono che alcune delle convenzioni, delle maschere dietro le quali viviamo la nostra vita massificata. Pedalare così diventa, se mi si passa la metafora, una forma d'arte anzi una delle forme d'arte più pure nelle quali le emozioni, la gioia, il dolore non sono finte, non sono rappresentate e simulate ma interiormente vissute. Capisci così come mai un australiano o un brasiliano possano attraversare l'oceano per fare un giro in bicicletta che non rappresenta tanto o solo una bella scusa per vedere da vicino una pezzettino del mondo ma una tappa nella propria crescita, un tipo di sfida che è difficile trovare da quando draghi alati, castelli incantati e principesse non si incontrano più tanto facilmente tra le scale mobili della metropolitana o nelle aride pagine dei social network...
E' l'alba, inizia un nuovo giorno, inizia un nuovo anno. Spero di riuscire a completare la LondraEdimburgoLondra e conto di attraversare l'Europa in bicicletta per arrivare da Carpi al Royal Mile...andiamo quindi nuove avventure ci attendono.

domenica 21 ottobre 2012

La canzone del randonneur

Il celebre poeta vernacolare Stefano Covez ispirato dalla lettura delle mie disavventure alla 1001 miglia ha musicato questa versione randagia di un motivo popolare...buona visione...

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=k2XOHt1nn8Q&feature=youtu.be

mercoledì 5 settembre 2012

Giove Pluvio e la Harley Davidson

Vado o non vado? Ma dai ne hai già fatte tante quest'anno, poi hanno previsto pioggia e freddo, resta a letto e passa una tranquilla domenica in famiglia! E se poi invece esce una bella giornata, mi sono già iscritto e se tutti facessero così chi le organizzerebbe più le rando....
Alla fine però il richiamo istintivo del Randagio ha la meglio e alle 5 di mattina sono già sveglio e pimpante per essere alle 7 a San Lazzaro. Là intravedo qualche faccia nota ma il colpo è quando vedo un pullman intero di Randagi di Lecco venuti apposta per il brevetto, complimenti. Durante i primi blandi km parlo con qualcuno di loro già conosciuto alla Rescarando che mi invita caldamente a partecipare alla loro manifestazione: piacerebbe alla grande a Genonimo Stilton visto che si chiama "Formaggilandia", boh vedremo come butta nel 2013. Nella prima ora conosco anche il mitico Miguelon al quale faccio i complimenti per essere venuto fino a Bologna per chiudere la stagione. "Chiudere la stagione?" mi guarda furbetto "veramente mercoledì parto per la Francia per la "1000 du sud in Provenza"....che invidia!!
Poi spiego a Jimmy, che organizza la Rescaldina, quello che gli avevo proposto scherzosamente negli ultimi km della 1001 miglia ovvero di patteggiare con Fermo Rigamonti uno scambio climatico tra le due rando. Per ora qui il tempo tiene e Giove Pluvio trattiene le sue umide armate. Dopo il buon ristoro al km 85 a Palazzolo sul Senio si inizia a ballare: Sambuca, Giogo e Raticosa una dopo l'altra sono tre belle salitelle 
....in più con il mio socio di Bologna sbagliamo, come fanno in molti, un bivio per Scarperia e quindi ci sciroppiamo una decina di km in più di quanto previsto dal Roadbook, a proposito del quale avevo già avuto uno scambio di mail con Sergio, organizzatore del brevetto, che è un tradizionalista e non vuol dare tracce GPS. Opinione rispettabilissima se non fosse che ormai i Randagi solo cartacei sono pochissimi e se una traccia GPS è fatta bene e sicura secondo me è anche meno pericolosa che il leggere cartine e mappe, a meno di fermarsi a ogni incrocio...poi Sergio si lamenta di aver rischiato una multa perchè i caramba volevano sanzionarlo per "imbrattamento del suolo pubblico" mentre stava frecciando il brevetto! Motivo in più, penso io, per incentivare e diffondere l'uso del navigatore.
A questo punto del Mugello le uniche due variabili negative sono rappresentate da Giove Pluvio, che l'anno scorso mi inzuppò come un babà dalla Raticosa a Bologna, e i motociclisti che infestano la zona: per fortuna sembrano entrambi ben disposti oggi e malgrado qualche nuvolaccia e qualche curva tagliata dagli emulatori del "Valentino nazionale" tutto va bene. L'unico piccolo incidente è uno strascico della rottura di catena alla 1001 miglia; in cima al Giogo
 incrocio inavvertitamente la catena sulle due corone grandi e tutto si blocca: evidentemente la nuova catena montata velocemente a Tortona è troppo corta ma sistemo il cambio con l'aiuto di un randagio strappato alle mollezze del bar e riparto al volo.
All'ultimo ristoro-controllo incontro un ragazzo di Senigallia e padre e figlio di Bologna con i quali vorrei arrivare in fondo al brevetto ma qualcuno di loro è stanco e arrivo così da solo....stranamente malgrado l'errore di Scarperia sono il terzo al traguardo e così mi gusto particolarmente lo spiritoso attestato di Randagio 
che corona la mia prima stagione: ho fatto 3 200km, la 300 di Rescaldina, la 400 di Lugo, le 600 di Verona e Biella e la 1001 miglia. Sono contento e già faccio programmi per il 2013 dove avrei la Londra-Edimburgo-Londra come obiettivo principale ma intanto bisogna tornare a lavorare e c'è un bieco inverno da superare....una cosa per volta, per ora mi rallegro delle tante persone incontrate e dei bei posti che ho potuto scoprire vagando sulla sella, privilegi che solo l'andare lento della bici permette.
Parafrasando de Andrè "pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una bicicletta... "

giovedì 23 agosto 2012

Tutti i raggi dell'Italia

"Très chaud, très long, très dur" questa sintetica definizione della 1001 miglia letta su un forum francese pochi giorni prima della partenza mi è ronzata per la testa a lungo. Il gallo-randagio aggiungeva alle tre difficoltà la " fameuse organisation italienne (si, si!) " ma questo giudizio credo dipenda da incomprensioni storico-culturali tra vicini visto che, mentre le prime tre difficoltà sono in effetti emerse alla grande, l'organizzazione non mi è sembrata malaccio: certo si può sempre migliorare e a questo fine, stimolato anche dal patron Fermo Rigamonti, butto giù qualche ricordo/sensazione/critica di un'avventura durata fisicamente quasi cinque giorni ma che mentalmente mi assillava da qualche mese. Certo perchè una pedalata di 1632km non la si improvvisa e alla fine il risultato, al saldo delle sfighe sempre in agguato, non è che la somma di tutta la preparazione atletica e logistica.
Ma non vorrei farla troppo lunga perciò arriviamo a bomba a Nerviano lunedì 16 agosto dove la banda mondiale di ciclo fachiri si sta già bollendo anima e corpo nell'hinterland milanese dove troviamo gioiellini quali il Monastero degli Olivetani, testimonianza della antica bellezza di questi luoghi particolarmente aggrediti oggi dal selvaggio sprawling urbano, e sede del Municipio e del "controllo mezzi" che in realtà consiste nella consegna dei pacchi gara e delle varie formalità burocratiche, testamenti ecc. Lì apprendo subito una brutta notizia, che parrebbe confermare le basse insinuazioni francesi di cui sopra, ovvero che la mia maglia-salopette ufficiale benchè preventivamente prenotata, non c'è ma mi verrà spedita a casa solo a fine settembre. Vabbè, posso sopravvivere e ho ben altri problemi da risolvere al momento tra roadbook e bag drop: per chi non lo conoscesse il primo termine indica le varie stazioni del nostro calvario mentre il secondo è il trasporto di borse verso due località situate lungo il brevetto. Sembrano due elementi ciclisticamente secondari ma in verità sono molto importanti visto che determinano la strada da percorrere e cosa portarsi appresso nelle borse. Il percorso è segnalato sia da frecce pitturate sulla strada, vedi foto,
 sia tramite apposito roadbook con scritte tutte le varie svolte,direzioni, incroci infine vengono fornite tracce GPS per i navigatori che ormai quasi tutti i ciclo randagi utilizzano: beh ,uno da fuori dice" allora non puoi sbagliarti" invece la realtà è differente. Intanto le tracce sono in bianco ma soprattutto sono state tracciate forse in eccessivo anticipo e sono difficilmente visibili. A qualche incrocio mancano e non sai mai se sei sulla strada giusta. Il roadbook anche lui viene stampato mesi prima ma nel frattempo il Comune di Pincopallazzo ha deciso di riasfaltare le strade mentre in quello di Vacondio c'è stata un'alluvione e si capisce che non è possibile ristampare tutto ogni volta, così ci sono sempre modifiche al percorso che vengono certamente spiegate dagli organizzatori durante il briefing pre-partenza ma che io puntualmente dimentico, preso dalla foga ciclistica, e mi trovo poi puntualmente a vagare senza senno come l'Orlando Furioso nella campagna di Todi a 40 gradi. Il sistema che uso è quello del navigatore GPS che però ha anche lui le sue belle disgrazie: innanzitutto le tracce devono essere aggiornate e precise poi finiscono le pile o il navigatore si impalla insomma il tutto va interpretato. Bisogna essere anche dei cartografi in questi brevetti...
Il secondo problema, ovvero quello logistico, scava già un fondamentale solco tra chi ha una macchina o camper che lo assiste e gli porta ricambi, cibo e altro e chi invece si sgrugna tutta la pedalata in solitaria quindi portandosi appresso 3-5 chili in più: e quei chili con più di 16000 mt di salita diventano alla fine macigni. Quello che propongono alcuni stranieri incontrati sarebbe di stilare due classifiche separate: una con e l'altra senza assistenza. In qualsiasi caso bisogna essere molto precisi e preveggenti nel dosare quanto mettere nelle borse per evitare da una parte di rimanere bagnati, affamati, ghiacciati o senza pezzi di ricambio e dall'altra di girare con 10kg di zavorra. Anche qui l'esperienza è fondamentale, oserei dire come per tutto nella vita. Purtroppo sono un pivello e per quanto ascolti e legga i consigli degli esperti faccio sempre qualche cavolata: comunque sia ci troviamo sulla pista dello stadio di Nerviano pronti per la partenza che avviene alla francese ovvero a gruppi di 25 ciclisti ogni 10 minuti.
 Credo che ciò sia fatto per evitare intasamenti da gruppone ma il risultato è uno spingi-spingi per essere più avanti visto che se il primo gruppo parte ai 30 all'ora il secondo va ai 35 e il terzo ai 40 per raggiungere quello davanti con il risultato che dopo 40km siamo comunque in una settantina. Qui prendono decisamente in mano la situazione i tedeschi che sono, si sa, molto organizzati e compatti, sembra di rivedere su due ruote la situazione politica europea. Lo spread ciclistico è palese quando al 50° km in punto i crucchi si buttano tutti a lato all'urlo di "pipì,pipì...e chi non piscia in compagnia..." ma al 63° ci hanno già ripreso. Corrono bene sti tedeschi, doppia fila, cambi regolari e se a qualcuno cade qualcosa, ad esempio, si fermano tutti, lo aspettano e tornano sotto. Noi italiani sia più individualisti e forse egoisti ma certo queste dinamiche applicate su larga scala spiegano perchè le cose vadano così male dalle nostre parti e bene dalle loro. A un certo punto prendono una direzione diversa da quella prevista e sia io che l'amico Fausto proviamo a chiederne il motivo: facciamo così la conoscenza di un energumeno stra-tatuato che dirige la squadriglia tedesca. Compare così in questa cronistoria la figura di Jens del quale parlerò ancora a lungo: basta intanto accennare che il "Kaiser" non risponde neppure alle nostre contestazioni e continua a tirare imperterrito con un suo socio in recumbent (sono le bici reclinate dove si pedala da sdraiati ed esseno molto aerodinamiche sono molto veloci in pianura ma scomode in salita). Mi piace vedere come corrono i tedeschi che sono evidentemente ottimi passisti: per forza vivendo magari a 300 km dalla prima montagna non posso che essere allenatissimi in pianura. Parecchi montano anche le protesi sul manubrio da triathlon, espressamente vietate dal regolamento che viene evidentemente applicato all'italiana ovvero con roboanti dichiarazioni teoriche alle quali non corrisponde alcuna pratica. La stessa cosa vale per la velocità massima consentita sulla quale Fermo ha insistito solo poche ore prima: di solito nelle randonnee è tollerata una velocità media dai 15 ai 30kmh in questo caso vista la pianura si potrebbe arrivare al massimo ai 32 e noi siamo sopra ai 33 ma al primo controllo di Fombio nessuno ci fa caso. Qui scopro un'altra brutta caratteristica dei randagi soprattutto italici: le code non esistono così anche se arrivo al controllo davanti a tutti quando presento la mia carta di viaggio mi sono già avanti in 20 persone!!
Pisciatina, acqua fresca e si riparte: ho deciso che rimarrò il più possibile con la banda di Jens visto che voglio arrivare a Faenza, ovvero alle prime salite, il più presto possibile.
Certo la disciplina è dura e quando i due sgherri in testa sbagliano la strada i tedeschi scompaiono per un po': evidentemente l'onta va lavata velocemente e quando ricompaiono mi sembrano diminuiti di numero....
Devo ammettere che non mi piace stare in scia senza dare cambi così provo a dare qualche aiuto davanti ma non è facile: se la velocità non è esattamente quella prevista vieni cazziato con un secco "zu schnell"(troppo veloce) dimenticando che fino a pochi minuti prima loro andavano ancora più veloci. Comunque si arriva al secondo controllo a Colorno con la solita ammucchiata al tavolo del timbro sotto gli occhi schifati dei ciclisti stranieri. Si riparte passando dalle terre Verdiane e tra le case ancora sfregiate dal terremoto nella bassa modenese ma sono dettagli che non toccano questa mandria imbufalita: più tardi ne parlerò con alcuni di loro e nessuno si è accorto di essere passato in una zona terremotata. Questa rimarrà una costante per tutto il percorso evidentemente studiato per presentare le bellezze storico-culturali-paesaggistiche italiane ma che ho l'impressione siano state le classiche "perle ai porci": è vero che ho fatto il percorso con ciclisti che volevano "fare il tempo" ed erano decisamente più interessati alla qualità del fondo stradale ..."sono meglio le strade in Serbia" si lamenta Tom di Koln nel finale. Boh evidentemente non si può accontentare tutti ma è vero che certe strade secondarie sono un buco unico e quando hai male alle chiappe preferiresti una buona strada asfaltata da poco alla visione del duomo di Siena. Purtroppo la decadenza della nostra nazione è inesorabilmente palesata anche dallo stato delle strade.
Ma torniamo al terzo controllo di Massa Finalese dove finalmente si mangia: ci arrivo dopo una bella tirata motivata da una parte dalla fame e dall'altra dal volermi cavare un sassolino nei confronti del rad-kommando. Fausto si incazza con me per questa sparata e probabilmente ha ragione. E' la prima alba sulla strada,sempre magica. Constato che i primi piatti sono senza carne o pesce e questo mi conforta molto, gli organizzatori hanno fatto un bel regalo a noi vegetariani e questa sensibilità gli fa guadagnare molti punti nel mio tesserino visto che non c'è nulla di peggio che arrivare con la bava alla bocca ad un controllo e scoprire che l'insalata di riso o la pasta contengono carne. Riparto da solo dopo essermi rimpinzato e raggiungo un gruppettino farcito da randonneur standard italiani: sui 55 anni, parlata brianzola, qualche capello grigio ma con un bel fisico, Pinarello Kuota e divisa della nazionale rando. Ne incontrerò molti e sono generalmente buoni compagni di viaggio ma qui ho voglia di andare e quando dopo pochi km chiamano "pausa caffè" io rimango a pedalare con uno straniero finora sonnecchiante in coda al gruppetto. Il tipo mi passa, fa cenno di accomodarsi a ruota e inizia a menare come un fabbro arrapato sui 39 kmh, dopo qualche km gli do qualche cambio ma non sorpasso i 35 poi raggiungiamo un altro solitario di Formigine con il quale discutiamo delle traversie di Riccò. Il mazzuolatore straniero non parla inglese ma sfruttando la mia conoscenza dello sloveno riesco a capire che fa il pompiere e che è appena venuto da Varsavia a Roma in bici: certo ha una bella condizione. Arriviamo così a Faenza dove inizia a far caldo, si mangia discretamente e poi via: da qui , dicono gli esperti, inizia la vera rando. Pavel mi chiede se voglio partire con lui e con un altro energumeno polacco ma gli rispondo gentilmente che vanno troppo forte e non voglio tirarmi il collo. Scoprirò dopo che questa capacità di inserirsi o formare gruppi è una delle arti necessarie al buon randonneur anche perchè soprattutto di notte o in pianura essere in gruppo aiuta. Ma è anche vero, come mi aveva spiegato il buon Silvano, mio rando-maestro, che il gruppo può essere anche un vincolo perchè uno ha i crampi, l'altro ha fame, il terzo ha sonno e l'ultimo deve cagare: alla fine se non c'è molto affiatamento il gruppetto può portare più danni che benefici. La soluzione migliore a mio parere è la coppia e ho molto ammirato l'affiatamento e l'organizzazione di due di amici , John di Londra e Johann svedese, con i quali ho passato alcune ore in Toscana.
Riparto ancora da solo e ritrovo disperso per Faenza Gaetano da Vicenza con il quale avevo già pedalato nella valle del Rodano nella Tourblanc: è simpatico e molto positivo e vuole chiudere la carriera ciclistica con questa rando per stare poi più vicino alla famiglia: motivazione encomiabile (voglio poi vedere se ci riesce...). Vorrebbe anche finire la rando entro domenica sera perchè lunedì deve lavorare ma lo avverto che questo invece sarà impossibile: il caldo, come previsto, inizia a farsi sentire e sarà bene stare tranquilli per evitare colpi di sole. Passiamo da Predappio e restiamo colpiti dai negozi che vendono paccottiglia nostalgica fascio-nazista: personalmente sono scandalizzato perchè la nostra costituzione vieta espressamente queste manifestazioni. Non sono un bacchettone e da ragazzo ho frequentato il Fronte della Gioventù, adesso mi considero un libertario e non ho particolari prevenzioni tanto che sono appena stato a visitare il "nido dell'aquila" di Hitler in Baviera dove però mi ha colpito positivamente la totale mancanza di ogni traccia di croci uncinate o altro. E' il solito discorso, in Germania le cose si dicono e si fanno, da noi la pratica è arrangiata a piacere: Gaetano invece pensa che sia giusto lasciare libertà anche ai nostalgici di acquistare quello che vogliono. Boh mi piacerebbe sapere cosa penserà Kaiser Jens quando passa di qui. La strada sale lentamente ma il caldo la rende ostica anche con pendenze sul 4% così ci fermiamo ad un bar ristorante di Premilcuore anche perchè personalmente ho pressioni in zone meno nobili del corpo umano come i visceri. Nello stesso momento entrano anche Fermo con la cupola organizzativa della 1001 miglia, sono preoccupati per il caldo ma intanto si accomodano al ristorante mentre io e Gaetano cerchiamo di rifocillarsi al bar: confido per scherzo al simpatico Stefano Morelli che questo fotografa ineluttabilmente il divario tra classi sociali ma lui specifica che anche loro si sono svegliati alle 5 dopo essere andati a letto alle 3; certamente siamo gli attori complementari di questo gioco che senza di loro, evidentemente, non potrebbe esistere. Solo facendo tutto il giro si riesce a capire quanto complicato sia il loro lavoro, quante variabili abbiano causato soprattutto nelle prime edizioni il giudizio "francese" ma in quel momento io sto sudando come una biscia sotto al sole rovente mentre loro si degustano le pappardelle al cinghiale e non è la stessa cosa! Gaetano mi lascia salire perchè dice di non avere una gran condizione, veramente diceva così anche alla Verona Resia ed è arrivato tra i primi 5 alle 5,20 di mattina. Si scollina al passo dei tre faggi a 920mt. e cerco subito un po' di ombra per riposarmi, la vedo 50mt dopo il passo dove c'è un ciclista seduto. Ha anche lui la divisa di ordinanza della "nazionale" ma è senza bici: gli chiedo se gliel'hanno rubata ma inizia a rispondermi a monosillabi raccontandomi la sua triste avventura. Si chiama Paride ed ha avuto un blocco intestinale salendo, a dire il vero mettendoci del suo visto che ha bevuto molti caffè che invece lo fanno star male. Qualcuno lo ha portato su in macchina mollandolo però come un pacco postale. Sta male, vorrebbe vomitare ma non ci riesce, ed è disperato perchè ci teneva molto a questo brevetto. Inizia a tremare e lo faccio sdraiare coprendolo con una mantellina visto che dice di aver freddo. Brutti segni, cerco di tranquillizzarlo, gli dico che il nostro corpo è una macchina perfetta e che generalmente si autoregola, che deve solo calmarsi e magari poi proseguire anche se fra me penso che non sarà assolutamente in grado di farlo, infatti si ritirerà saggiamente a Dicomano. Dice che un amico gli sta portando su la bici in macchina e non capisco come visto che siamo tutti in bici, magari avrà un'assistenza , penso io. Intanto passa gente sia pedalante che in macchina: un toscanaccio scende dal furgoncino e ci chiede gentilmente se vogliamo un passaggio, poi ,dopo che gli spiego cosa stiamo facendo chiede " ma siete sicuri che vi faccia bene?" Non attende risposta, guarda il disperato Paride per terra e si auto-risponde scuotendo la testa "Non , un fa bene per nulla, lasciatemi andare, via, che devo andare a far legna". Onestamente capisco pure lui...continuano a passare ciclisti ma della bici nessuna traccia. Un tipo dice che adesso starà lui con Paride ma che va a prendere un po' d'acqua e poi torna...invece lo rivedrò solo al controllo. Sono perplesso perchè credo che quando si va in bici una delle prime regole sia quella solidarietà che ti porta a chiedere sempre "tutto bene?" al collega che vedi fermo per strada, figuriamoci in una rando e con un partecipante sdraiato per terra. Invece passa Kaiser Jens che guarda tutti dall'alto in basso senza cagarci assolutamente: sento che la sua bici cigola minacciosamente in frenata e quando scendendo lo trovo incazzatissimo con la bici rotta penso che forse lo spirito rando non esiste ma Dio sì.
Al controllo di Dicomano c'è già un'atmosfera da ritirata di Russia con Fermo che rallegra il pueblo ricordando che la prossima tappa, quella del monastero della Verna, è la più dura in assoluto. Vedo che dobbiamo salire al passo della croce dei Mori già affrontato nella rando di Lugo ma dall'altro versante decisamente più facile.
 Il paesaggio è splendido ma fa molto caldo la salita è lunga ma pedalabile così decidiamo con Gaetano di fermarci in un bar di Stia a bere qualcosa, così gli potrò raccontare le mie avventure giovanili come pastore di capre a pochi km da qui. Invece non riusciamo neppure ad accennarne perchè il barista è un appassionato ciclista e la discussione viene inevitabilmente focalizzata sui suoi ricordi delle precedenti edizioni e sulla descrizione della salita della Verna che spaventa un po' tutti: ci tranquillizza spiegando che per noi non dovrebbero esserci problemi. Arrivano anche altri randagi e me li porto a spasso verso Bibbiena grazie alla mia parziale conoscenza delle zone e soprattutto del mio GPS, poi a ruota si sta sempre bene...dopo lo strappo dell'ospedale però mi giro e non c'è più nessuno, rallento e vengo raggiunto da Czesar, amico di Pavel ed anche lui pompiere polacco e dal buon Gaetano: siamo molto preoccupati per gli ultimi 3km da Chiusi che qualcuno ci ha descritto come durissimi. Invece è tutto molto regolare, ammiriamo un tramonto mozzafiato sugli Appennini ma arrivando su incrociamo un gruppo che scende dicendo che è la strada sbagliata: la cosa ci preoccupa ancor di più quando in cima non troviamo le solite indicazioni ma le frecce per l'Eroica. La traccia GPS arriva in una piazzetta dove un tripputo americano dichiara di non aver visto neppure un ciclista...invece sono tutti a 100mt e ripassando davanti ad un gruppetto di beghine e frati che pur ci avevano visti salire ma non ci avevano detto niente gli rivolgo alcune frasi decisamente poco francescane. Finalmente guadagno la mia branda tra l'altro nel semideserto dormitorio femminile. Il controllo è permeato dall'ospitalità francescana e presidiato da un simpatico baffone che scoprirò in seguito essere tra gli organizzatori dell'Eroica. Purtroppo non riesco a dormire anche a causa della troppa Coca-cola bevuta nonchè di un gel comprato al Decathlon che contiene taurina, caffeina e altre sostanze che per me che non bevo caffè da anni fanno l'effetto di due piste di cocaina...decido così di ripartire e mentre mi preparo arriva Fausto al quale cedo la contesissima branda mentre la parte sopra la subaffitto ad un altro ragazzo conosciuto nel forum di BDC sotto il nick "il fennec". Provo a svegliare il mio socio Gaetano che mi dice seraficamente che stava facendo un bellissimo sogno invitandomi quindi a togliermi dai marroni.
 Vedo che sta ripartendo anche un signore di una certa età che scoprirò successivamente essere stato campione italiano di "duathlon"(corsa più ciclismo) e che qui funge da gragario di Laura una giovane ragazza che punta direttamente alla vittoria femminile. Scendendo dalla Verna la tipa mi racconta che fatto equitazione a livello agonistico per 10 anni ma successivamente, innamoratasi delle due ruote, si è fatta ciclista correndo anche per la Federazione. Adesso sta scrivendo la tesi di laurea proprio sulle 1001 miglia e non nasconde mire di vittoria. La scorta anche il padre in un furgone da frikkettoni con bandiera USA e ogni tanto compare anche la madre.
Certo pedala bene, ma quando la vedo sgambettare in salita con la sola borsettina degli attrezzi capisco che esistono proprio due rando diverse. Raggiungiamo un gruppetto con i ragazzi di Savona, anche loro con camper al seguito, e insieme raggiungiamo Montallese dove avviene il primo bag-drop e dove, dopo 670 km, posso già iniziare a fare un primo bilancio del brevetto. Innanzitutto sto bene e sono contento che la mia organizzazione di borse e cibi stia funzionando, purtroppo il soprassella inizia a farmi proprio male ma questo era prevedibile visti i miei problemi per trovare una sella affidabile. Ho capito poi che un brevetto è un po' come una corsa a tappe concentrata dove ogni controllo è diverso e ogni parte del percorso ha una propria personalità. Qui a Montallese per esempio il cibo è pessimo, la cucina è gestita male, mi tagliano una fettina di anguria da 30 grammi e la pasta è dura come il marmo...un ragazzo svedese conosciuto nel finale mi racconterà di aver aspettato lì 45 minuti un piatto di pasta mentre gli amici degli amici arrivavano e dopo 10 minuti stavano già mangiando. Forse potrebbe essere interessante poter "votare" a fine giro la qualità dei vari comitati/cibo/dormitori/pulizia. Ad esempio i bagni fanno spesso schifo, l'impressione è che nessuno vada a dare un occhiata e non riesco immaginare come sia la situazione dopo il passaggio di 150 persone.
Sto cercando di modificare il ritmo di corsa evitando di essere in strada sotto il sole a picco e cercando di pedalare al fresco della notte ma in verità la questione non è così semplice: innanzitutto il sole già alle 10 scotta e il caldo non cala almeno fino alle 18 , poi di notte comunque ti vien sonno....ma vedrò mentre pedalo. Le prossime due tappe verso Todi e Bolsena sono definite "poco impegnative" ma evidentemente dipende dall'orario di transito. Dopo Todi passiamo per la valle del Tevere, bellissima,
dove si concentra un po' tutta la storia dell'Impero Romano e mi sembra di risentire echi di battaglie, inseguimenti, Oriazi e Curiazi, il ratto delle Sabine. Ecco quelle sono rimaste forse, o qualche loro erede, però a parti rovesciate: nel caso odierno le giovani "Sabine" di colore cercano loro di cattuare qualche sesterzio dai viaggiatori erranti...anche se in bici. Vorrei fermarmi e fargli capire che almeno io ho ben altri richiami per la mente, che le forze sarebbero comunque scarse e che le moderne Sirene del "Controllo Segreto" non mi attraggono affatto.
Ormai siamo in centro Italia e dopo le 10 fa davvero molto caldo, io ho capito che è meglio pedalare in solitaria anche perchè il male al culo mi impone una condotta di gara pessima: in pianura devo pedalare di traverso tenendo praticamente sulla sella la coscia-chiappa destra che è la meno devastata altrimenti devo alzare la velocità visto che lo sforzo concentra maggiormente il peso sui pedali e mi fa meno male il culo, in salita sto quasi sempre sui pedali quindi con rapporto duro ed alta velocità, meno male che quest'anno ho già percorso più di 14000km e ho una buona gamba. Infine in discesa non pedalo affatto, mi riposo fino all'ultimo metro perchè è l'unico momento in cui non soffro. Mi sembra di essere un pianista che rimane all'ascolto delle ultime vibrazioni cromatiche che si spengono gradatamente alla fine di un brano. Ciclisticamente parlando il tutto è uno schifo soprattutto in una rando dove invece si dovrebbe procedere con regolarità e senza strappi.
 Arrivo a Bolsena dopo 870km alle 15,20 e mi faccio un bel bagno nel lago antistante: onestamente non capisco come possano resistere alla tentazione gli altri randagi...dopo tanto caldo cosa c'è di meglio che un fresco tuffo? Durante il pranzo parlo un po' con una ragazza alto-atesina che è la concorrente di Laura per la gara femminile. Approfondisco con lei la teoria dei microsonni sulla quale avevo già discusso con il mio benzinaio alla partenza da Carpi. Mi aveva raccontato che in America fanno questi corsi sia per militari che per atleti, per organizzare e preparare l'ora di sonno che, a sentire i neurologi, basterebbe per rilassare il sistema nervoso. E' un argomento che mi interessa particolarmente visto che è due notti che non dormo e mi rendo conto che questo non è molto salubre. Nel palazzetto di Bolsena infatti forse grazie alla mancanza di eccitanti, forse grazie al bagnetto e forse grazie alla stanchezza riesco a dormire un paio d'ore. Riparto ringalluzzito verso Pomonte in una delle mie tappe preferite: rivedrò l'ardita Pitigliano ma soprattutto la zona di Saturnia. Sono un appassionato frequentatore di terme e acque calde e questa è la zona che preferisco. Pedalo felice come un bombolone alla crema anche se gli strappi salendo verso Poggio Murella sono abbastanza ruvidi. Qualcuno dirà che in questa tappa molti hanno tagliato evitando strappi e kilometri ed in effetti forse un controllo a sorpresa qui ci sarebbe stato meglio che quello doppio nel Senese ma siamo al solito discorso: se uno vuole barare non c'è pezza di controllare tutto e tutti. Al passaggio a Saturnia non riesco a resistere, non scendo con la bici alla cascata anche perchè è sabato sera siamo nella settimana di Ferragosto e c'è un casino di gente, preferisco portarmi la bici nel canale che collega le piscine alla cascata e lì, in mezzo alle canne di bambù ed alla luce della bici, mi immergo per 10 minuti nelle paradisiache acque calde che spero abbiano capacità di lenire le mie ferite. Dovrei rimanere qui più a lungo, le acque sulfuree fanno miracoli sulla pelle, ma mi è bastato l'attimo . Lo spirito è rinfrancato , dopo tanta sofferenza arriverà anche il piacere ...viste le mie teorie sulla necessità di alternare entrambe le sensazioni non posso che essere felice di risalire in bici. In questo stato estatico vengo raggiunto da un ragazzo del nord-ovest della Germania zona dalla quale, non so perchè, provengono molti randagi. E' un tipo allegro e gli spiego in quali meravigliosi posti sta passando perchè non si è accorto di nulla concentrato come è sulla gara. Anche lui è della brigata di Jens che è riuscito a riparare la sua Cervèlo e ora sta lottando per essere tra i Top 10...non sapete come sarò dispiaciuto quando alla fine scoprirò che è arrivato solo 11°. Mi racconta che il Kaiser è un tipo molto competitivo, non l'avevo capito...., ma che sa gestirsi molto bene. Inizio a capire che a questa gente qua delle porte di Todi o delle Terre Senesi non gliene può fregà de meno, sono qui per arrivare il prima possibile e basta. Arriviamo a Pomonte dove però il tedesco mi comunica che lui vuole dormire e non riparte subito, intanto che siamo lì arrivano 4-5 randagi italiani che naturalmente presentano subito la carta di viaggio senza neppure scendere dalla bici. Gli faccio notare che siamo già lì da 5 minuti e che dovremmo prima timbrare noi ma lo faccio solo per proteggere il mio giovane amico che ci tiene molto alla posizione...io onestamente fino a quel punto non so neppure se sono quarto o trecentesimo. Apriti cielo, un italiano inizia a urlare e chiede, per sfottermi, di segnarmi un quarto d'ora in meno. Certe volte, anzi quasi sempre, mi vergogno di essere nato in Italia. Pomonte comunque è un piccolo agriturismo ma è anche il posto dove ho mangiato meglio. Almeno cercano di uscire dal monotono schema della pasta fredda più anguria che dopo un po' tendono a stufare. Una bella idea potrebbe essere di stimolare i comitati a proporre più piatti tipici locali come mi dicono si faccia alla Madrid Gjion. Comunque mi spazzolo due piatti di crema di zucchine con crostini e salame dolce al cioccolato. Sono davvero felice e chiedo ad un ragazzo Viennese se possiamo fare insieme la prossima impegnativa tappa con arrivo a Montalcino. Mi dice di sì ma dopo 5 minuti torna impaziente all'attacco, io so finendo di sistemarmi e lui mi lascia, premettendo di non prendermela ma che ha fretta perchè deve fare il tempo. Avrei preferito andare con qualcuno in questa tappa che attraversa il famigerato "Canyon" un pezzetto con tanto di attraversamento di fiume, in secca, e pezzi in sterrato in una zona abbastanza desertica dove se ti succede qualcosa corri il rischi di restare a terra per ore. Arrivato infatti al punto scabroso trovo alcuni ragazzini che stanno cazzeggiando in piazza godendosi il fresco notturno. Gli chiedo , esprimendomi male : allora dov'è sto buco di Polveraia? e loro la prendono male perchè non pensano assolutamente al Canyon ma al loro paesino...basta poco per non capirsi nella vita. Poi ci chiariamo e mi dicono di non preoccuparmi: infatti il passaggio non ha nulla di così pericoloso. Mentre mi avvicino alla salita di Montalcino incontro altri randagi tra i quali mi raggiunge ad un benzinaio Daniel un ventunenne di Manchester che sembra particolarmente spaesato. Capisco che è venuto qui per fare la gara con i primi ma qualcosa è andato storto ed ora traccheggia sul 30° posto. Anche lui è un indipendente, nel senso che non ha assistenza, ma ha comunque ben poco con sè , mi racconta che è un vero girovago delle due route ed è sponsorizzato dallo Sky Team così parliamo un po' delle olimpiadi e della rivalità tra Cavendish e Wiggins. Certo è un bravo tipo e pedala anche bene, insieme veniamo su belli arzilli verso il Passo del Lume Spento e superiamo anche il Viennese, però mi rendo conto quando gli chiedo dei Joy Division e di Jan Curtis, celeberrima band di Manchester, che non conosce molto altro all'infuori delle due ruote. Peraltro è uno dei 7 inglesi che non beve e non ha mai sentito nominare il vino di Montalcino...poi vai a fargli i percorsi storico-culturali...lo ripeto, la verità è che a questi interessa solo la gara tanto che alla fine intrippano pure me. Al controllo fa fresco e si sta bene così decido di fare un sonnellino tanto ormai ho la sveglia interna che mi fa ripartire appena ho rilassato la mente, anche senza corso USA. Alla partenza mi chiedono di scendere assieme Laura e il suo accompagnatore ma questa volta è lei che è lunga come solo le donne possono esserlo e dopo un po' parto da solo per immergermi in una splendida alba Senese. 
Capisco poi che esiste una qualche legge cosmica che punisce chi non rispetta i patti presi di accompagnamento: come era successo prima con il viennese ora è la volta di Laura di superarmi dopo aver snobbato il suo invito.
Provo ad andare a riprenderli ma non c'è più nessuna speranza, sono scomparsi. Arrivo verso le 8 al controllo di Castelnuovo Berardenga dove avviene il secondo e ultimo bag drop anche visto che abbiamo ormai passato 1000 km. Cavolo, mi penso, ho già fatto 1000 km ma tengo la cresta bassa anche perchè so che il pericolo maggiore è quello di sentirsi già arrivati e poi il dolore alle chiappe può aumentare da un momento all'altro e farei fatica a finire il giro. Laura piange perchè è stata male la sera prima e mi sembra un po' stanca soprattutto psichicamente, il ristoro è buono e mangio a più non posso: la prossima è la tappa della visita a Siena ed agli sterrati dell'Eroica. Di primo mattino fa già molto caldo e i pezzi in sterrato mi sembrano particolarmente pericolosi visto che ho i cuscinetti della ruota davanti che ballano . Così ci vado cauto anche perchè ci sono strappi veramente duri, entro comunque in Siena e dopo il controllo veniamo spediti per un giro turistico veramente insensato e pericoloso. Capisco al limite un salto in piazza del Palio ma dopo veniamo indirizzati verso il Duomo e altre bellezze locali: peccato sia domenica e i vicoletti lastricati in pietra pullulino di famigliole in gita-premio con bimbetti sguizzanti tra una vetrina e un gelataio...insomma il peggior posto dove girare con bici come le nostre.
 Finalmente esco da Siena e constato di aver fatto una grande fatica percorrendo 30km in tre ore e il duro della tappa deve ancora venire. Mentre mi arrovello sui motivi di queste variazioni Senesi arrivo al primo controllo a sorpresa dove giunge anche Fermo, al quale rappresento le mie perplessità sul tracciato Senese che però, dice lui, è colpa della contrada vincitrice del Palio che può decidere tutto...altri in seguito punteranno più verosimilmente il dito sullo sponsor principale della manifestazione, ovvero il Monte dei Paschi che avrebbe imposto il passaggio.
Fatto sta che compare anche Claudio, uno tra gli organizzatori dell'Eroica che avevamo già conosciuto alla Verna. Visto che è in giro e dobbiamo passare proprio davanti a casa sua ci propone di scortarci fino a Colle val d'Elsa dove proverà a sistemarmi i cuscinetti. Essendo lui nel direttivo di Audax Italia abbiamo il modo di parlare sulla manifestazione in particolare e del movimento rando in generale. Mi racconta della situazione che si sta creando per cui molti atleti si stanno spostando dalle Granfondo alle Randonnee perchè ormai c'è più copertura mediatica nelle gare di durata ed è difficile, sempre più difficile, rispettare lo spirito Rando anche se non dobbiamo dimenticare che la Paris-Brest è nata come gara competitiva. Comunque Claudio è davvero gentile, stringe un po' i miei cuscinetti e ricarica di acqua fredda anche la coppia anglo-svedese mentre il buon Fulvio Gambaro si è fermato per sistemare la forcella di un altro randagio in difficoltà. Ripartiamo verso San Giminiano dove forse ho incontrato le temperature più alte del brevetto...Johann , lo svedese con il quale sto pedalando, mi dice che da loro c'è stata un'estate pessima con temperature massime a 20-23 gradi e immagino cosa possa dire salire su certi strappi a 43°. Infatti appena arrivato al secondo controllo segreto si infila col suo socio alla ricerca di un bar con l'aria condizionata mentre io preferisco rinfrescarmi ad una fontanella. Riparto con calma pensando che il peggio è passato e invece per arrivare a Montaione faccio veramente molta fatica a causa non solo della temperatura ma anche delle strade diritte senza uno schifo di tornante per rifiatare. Arrivo su distrutto e scopro che questo sarà il controllo con il comitato più antipatico del brevetto. Alla richiesta di una doccia il CapoBastone locale si incazza perchè nessuno dell'organizzazione gliel'ha chiesta e invece sarebbe stato possibile averle... ma non poteva arrivarci da solo che in giornate così calde e dopo una tappa del genere uno si sarebbe rinfrescato volentieri? Poi dice che comunque c'erano già le docce al precedente controllo (6 ore fa...). Davanti al chiosco-ristorante c'è sì una fontanella ma si è staccato il tubo e nessuno sembra interessato a riattaccarla, ma Lui ha fatto la PBP tre volte e là le docce non ci sono ...mi risulta che ci siano a pagamento ma non può evidentemente paragonare le temperature della Bretagna con le bolle di calore incontrate oggi. Mangio male scambiando qualche parola con Fulvio, poi viene uno degli accompagnatori che gironzolano nei controlli e che essendo già lì da tempo hanno anche una visione più completa della gara. Dice che ci sono un po' di sospetti sui risultati sia dell'austrico con le sue due belle moto di accompagnamento sia su Laura col il camperino di papi sempre dietro al culo. Provo a dormire un po' ma fa davvero molto caldo e così riparto con le palle girate: medito seriamente di tornare a casa, il dolore al fondoschiena è veramente forte, sono tutto una piaga e stare lì a soffrire col pensiero che ci sia qualcuno che gioca sporco mi da molto fastidio.
 Intanto vado su verso la ferrovia Pisa-Firenze poi vedrò. A un certo punto mi telefona mia moglie che in effetti non sento da giorni perciò mi fermo e scopro che a bordo strada ci sino more succose delle quali faccio una scorpacciata. Nel frattempo arriva un rider che vaga senza molta cognizione visto che in effetti in questa zona la frecciatura è veramente pessima. E' di Verona, ha 60 anni ed è bello tosto. Decidiamo di andare a mangiare qualcosa ad Altopascio dove dopo parecchi giri troviamo una pizzeria al taglio aperta. Scopriamo che entrambi abbiamo fatto il paracadutista e questo rinsalda l'amicizia: peccato che subito all'uscita del paese ci perdiamo. Io torno indietro a cercarlo per 20 minuti ma poi riparto, dice che è passato un gruppetto e si è accodato: non sono geloso e anche io ritrovo la coppia anglo-svedese con la quale risalgo verso Castelnuovo Garfagnana. La strada è trafficatissima e alcuni la scambiano evidentemente per una pista di velocità...in più è intasata di traffico malgrado sia passata la mezzanotte. Arriviamo su nel caos più totale, tutti i cartelli dell'organizzazione sono scomparsi nella sagra locale. C'è un casino di gente per strada, gente che suona, discoteche a manetta. Mi ricordo allora che la Garfagnana ha la fama, come la Lunigiana, di essere un posto un po' particolare, qui ci sono i cavatori di marmo di Carrara e molti anarchici e culturalmente si discostano sia dai toscani che dai liguri. Mangio una pizza con Giancarlo e poi ci ritiriamo nella palestra dove troviamo delle ottime brande libere. Alle 4 sveglia e si riparte subito in salita verso Aulla, albeggia tra picchi selvaggi e verdi boschi con le bianche Alpi Apuane sullo sfondo. Sono estasiato ma rimango veramente colpito dalla bellezza del lago di Minucciano
 ma anche da un tipetto che ci sorpassa in bici a doppia velocità facendo "yopp, yopp", penso sia uno dei randagi di punta che ha avuto qualche problema meccanico e adesso sta risalendo la corrente. La discesa su Aulla è spettacolare ma fredda, il posto di controllo piazzato in un bar dietro ad un distributore assolutamente non segnalato ma comunque sono felice di esserci arrivato e di non essermi arreso dopo Montaione: oggi potrebbe essere l'ultima giornata di viaggio e resta "solo" lo scoglio delle due tappe liguri.
Qualcuno ieri sera aveva anche predetto che "però la Liguria non è così calda, c'è sempre una brezzolina dal mare".Li mej cojoni... Forse a Sanremo a marzo ma oggi alle 10 quando azzanno la salita verso Levanto, con pendenze importanti, la temperatura sale velocemente. A metà resto senza H2O e non c'è nessuno poi per fortuna sbuca una fontanellina dalla roccia che mi salva la vita. Scendo su Levanto e decido che non posso ripartire senza aver mangiato una focaccia ligure così mi fiondo sul primo supermercato aperto dove ne compro un bel pezzo assieme a pesche e uva delle quali sono ghiotto ma che in questi ultimi giorni non ho trovato. Mentre sono lì che pasteggio come un clochard nel parcheggio arriva una coppia di milanesi che sanno tutto sulla 1001 miglia anche perchè lui va in bici e abitano vicino a Nerviano, belìn finalmente qualcuno che non mi da del matto. Riparto così verso la seconda parte della tappa che arriva a Deiva e che il tipo di Londra mi ha tratteggiato a tinte molto fosche. In effetti il primo pezzo al 10% sotto a questo sole è abbastanza antipatico poi si trova qualche albero che mi permette di evitare lo "slalom dell'ombra "ovvero la pericolosa pratica di spostarsi verso la sinistra della carreggiata, contromano, per trovare qualche metro di refrigerio.
In qualche modo arrivo a Deiva, posto di tappa dove hanno piazzato il ristoro tra due capannoni dove ci saranno 50°, nei bagni è tutto uno spalmamento generale di cremine tra gli organi genitali e chi vi capitasse per caso penserebbe forse ad una banda di gay arrapati più che dei ciclisti...comunque solito schema doccia, cibo e riposino con ricarica batterie ma fa veramente molto caldo e non vedo l'ora di arrivare così risveglio Giancarlo per farlo ripartire. Lui sta russando alla grande anche perchè da buon produttore di vino veneto quando può beve anche qualche "ombra" e poi a 60 anni ma è un duro e riparte: non lo rivedrò più e mi dispiace.
Ci si arrampica al passo del Bracco dove fa un caldo schifoso tanto che vedo delle querce seccate dalla siccità, la litoranea di Sestri è un incubo di traffico alle 18 e così sono proprio contento di iniziare la salita verso il passo della Scoffera che inizia blandamente ma poi alla fine ha la sua difficoltà soprattutto a causa di nugoli di insetti tipo tafani o roba del genere . Arrivo al controllo di Casella poco dopo le 20 e trovo due superstiti della truppa di Jens con i quali decido di fare le ultime due tappe. Veniamo giù a balla su 40kmh verso il Mausoleo di Coppi che trovo un po' eccessivo. Se penso, chessò , alla modesta statua che da sola adorna la casa nativa di papa Giovanni 23° trovo che per un ciclista, anche se per un grandissimo ciclista, si potrebbe tenere un profilo più modesto. Così non esco neppure con Tom a vedere la tomba e infatti lo spirito del luogo mi punisce velocemente: appena ripartiti mi si rompe la catena , cosa mai successa in 5 anni che vado in bici. In più scopriamo che sia lo smaglia catena che la falsa catena che abbiamo in dotazione sono inutilizzabili visto che sono ormai misurate per le catene da 9/10 velocità mentre io ne monto ancora una a 8 velocità. I ragazzi rimangono con me una mezz'oretta poi quando è chiaro che non c'è nulla da fare mi salutano invitandomi a raggiungere il Mausoleo dal quale siamo partiti dove almeno troverò da dormire. Sono veramente triste, dopo aver fatto tanta fatica e a pochi km da Nerviano di ritrovarmi per la deserta campagna con la mia bici senza catena. Per fortuna la prima macchina che passa è guidata da Alessandro giovane studente di ingegneria al Politecnico di Milano che mi ospita a casa sua, i genitori sono in vacanze, e la mattina dopo viene con me da un ciclista di Tortona che rapidamente mi rimette una nuova catena: è bello scoprire che esistono ancora buone persone a questo mondo e non posso che ringraziarlo che con il famoso proverbio buddista: se fai del bene, il bene torna; se fai del male, il male torna.
Rieccomi verso le 11 a trebbiare sotto al sole questa volta padano ma non per questo meno caliente di quello tosco-umbro-ligure o di chissà dove: fa caldo e basta e sono ben felice di aver finito la mia avventura. La foto sul ponte di chiusura questa volta è su quello storico di barche sul Ticino.
 Alle porte di Milano mentre chiacchiero con un tipo di Poggibonsi veniamo raggiunti dal gruppone italiano con i gemelli Mazzucchelli, Simona, Jimmy e tutti gli altri. E' bello arrivare così in compagnia e sono felicissimo di aver completato questa grande sfida. Nelle docce un tedesco euforico ha ancora voglia di scherzare e commenta la sua abbronzatura come un omaggio agli amici polacchi visto che ha le gambe rosse come fragole e i resto del corpo bianco come neve.
Cosa rimane di tutta questa avventura? A chi mi chiedeva prima di partire quale fosse la motivazione di questo sforzo, citavo nominando Il vecchio e il mare  di Hemingway, ovvero la voglia di sentirsi ancora vivi. Sono partito per arrivare e mi sembrava un sogno continuare a pedalare bene nella mia prima over 1000 poi quando mi hanno detto che ero 30° mi sono anche un po' gasato. Beh la rottura della catena mi ha riportato velocemente a terra. Sono contento di aver fatto tanti amiciz che spero di re-incontrare, a Dio piacendo, l'anno prossimo alla Londra-Edimburgo.
Forse rimane la constatazione che certamente per finirla ci vuole una notevole preparazione fisica e logistica ma dopo i dolori patiti negli ulti 1000km ho capito che nelle rando, come peraltro nella vita, ci vuole sempre anche un po' di culo...