domenica 6 settembre 2015

La croce- Paris Brest Paris 2015

Quando ho iniziato questa esperienza nelle randonnèe quattro anni fa mi posi istintivamente l'obiettivo della PBP 2015. La precedente edizione si era appena corsa e vedevo ancora ciclisti "sboroni" che giravano ostentando i numeri di gara col marchio dell'Audax Parisienne. Ne sapevo poco o niente ed ero capitato al mio primo brevetto, la 200 di Bologna, seguendo l'invito dell'amico Paolo Balestrazzi. Ce l'eravamo presa comoda incassando un vagone d'acqua salendo la Raticosa ed eravamo tornati a Bologna per ultimi, dopo di noi mancavano solo un paio di sventurati che si stavano difendendo dagli attacchi dei lupi sull'Appennino e per i quali gli organizzatori stavano preparando una spedizione con tanto di cani San Bernardo. Dopo quell'esperienza, che avrebbe dovuto saggiamente dissuadermi ed invece aveva avuto l'effetto contrario, mi iniziai ad informare seguendo i forum su BDC e leggendo i tragici racconti di Silvia Negri, in arte Micronauta , che era appunto riuscita a conquistare al terzo tentativo il brevetto da 90 ore nella Parigi Brest 2011.
Iniziai a farmi una piccola cultura anche se capivo che, come spesso accade, quello che era bianco per alcuni era nero per altri...insomma ogni considerazione andava filtrata e rapportata alla personalità di chi scriveva...la motivazione stessa dei brevetti era molto agonistica per qualcuno e assolutamente cicloturistica per altri. Insomma l'unico modo per capirci qualcosa, come spesso accade, era quella di provarci di persona.
Non sto qui a ripercorrere tutte le sensazioni, gli incontri e le dis-avventure di questi anni anche perchè sono in gran parte scritte nelle pagine precedenti di questo blog...fatto stà che ho completato in questi anniuna simbolica croce di brevetti over 1000 terminando la 1001 miglia (Sud)- Londra Edimburgo Londra (Nord)- Tour dell'Ungheria (Est) e appunto la Parigi Brest Parigi (Ovest). Adesso sono soddisfatto, la sfida iniziata quattro anni fa è vinta e come ho già spiegato nel racconto del viaggio verso Parigi ho deciso di dedicarmi d'ora in poi solo al cicloturismo. Non rinnego nulla dei brevetti che mi hanno insegnato come pedalare sulle lunghe distanze e mi hanno fatto conoscere tante persone e località fantastiche. Però sono fatto così e almeno nei passatempi, visto che già nella quotidianeità sono obbligato a ripetere le solite repliche lavorativo-relazionali, cerco di trovare nuovi obiettivi. Sembra che questa trasformazione granfondo-randonnèe-cicloturistica abbia una sua concatenazione fisiologica che mi ricorda i passaggi giovanili fra politica-droga e religione.
In ogni caso sono arrivato a Parigi in bici da Carpi in sei giorni come faccio oramai da anni prima dell'annuale brevetto over 1000 e mi trovo nel quartiere di Vauhallan. E' il 15 agosto e la mia partenza è prevista per le 16 dell'indomani, questo pomeriggio alle 18,30 devo presentarmi al Velodrome nationale per il controllo della bici e le altre burocrazie ma devo anche recuperare la mia borsa affidata agli amici Raffaele e William di Carpi che sono saliti fin qui in macchina. Comunque ho qualche ora libera che decido di passare simbolicamente al cimitero del Père Lachaise
 dove riposano tra gli altri Oscar Wilde, Frederic Chopin, Michel Petrucciani, Jim Morrison e Geoges Bizet...un luogo molto suggestivo dove non sono mai stato. Lascio la mia fida Giant , con qualche perplessità, legata nella stazione di Massy e mi avventuro nella metropolitana quasi stupito ormai di muovermi a piedi. Al rientro fortunatamente la bici c'è ancora perciò salgo su un vagone della RER dove è permesso viaggiare con la bici, per raggiungere Versailles da dove pedalo fino al Velodrome. Le strade sono ovviamente piene di randonneur di tutto il mondo e non c'è bisogno del navigatore per sapere quale sia la strada giusta. Quando arrivo alla partenza trovo gli amici carpigiani ad attendermi, decisamente sfatti dopo la notte in bianco e giustamente impazienti di raggiungere l'hotel per cercare, inutilmente, di recuperare il sonno perduto. Io mi metto in coda e tutta la trafila si svolge in modo rapido e composto, mi dicono che alla mattina c'era moolto più casino. Ritiro il mio numero che è A046 che significa che partirò col primo gruppo e che sono virtualmente accomunato in qualche modo a Valentino Rossi del quale, lo ammetto, ho cercato invano di acquistare un adesivo in un orribile negozio di motociclismo di Carpi...
Doctor o non doctor, e a Brest me ne ricorderò..., provo a contattare gli altri amici ma sono tutti o lontani dal Velodrome o cotti dal viaggio: scopro che sia Marco Peccatori che Lorenzo Borelli sono purtroppo rimasti in Italia e che Luigi Candeli  e gli altri modenesi sono distanti così ripiego armi e bagagli e rientro a casa anche perchè la scarpinata al cimitero è stata piuttosto lunga e devo recuperare le forze per domani. La sera prima dei grandi brevetti non è effettivamente il momento migliore per far bisboccia...
Passo la mattinata della domenica in una totale inazione degna di un post sbronza da matrimonio, preparo le borse e mi avvio con calma per la casa a Maurepas, altro quartiere periferico di Parigi dove sarò ospitato dopo la PBP, dove lascio già le mie borse da civile. Ritiro con calma il tagliando per il bag-drop dal buon Raffaele e mi presento alla partenza dove qualche centinaio di ciclisti e qualche migliaio di spettatori attendono l'ora fatale. Solo in quel momento, forse, mi rendo conto di cosa sta iniziando: c'è veramente un muro di folla e mi sembra onestamente tutto eccessivo. Per fortuna ci sono un paio di altri italiani con i quali passo gli ultimi minuti...
non li rivedrò più e si capisce che con 6000 iscritti, anche se i brevettati alla fine sembra siano stati poco più di 4500, è difficile rivedersi. La partenza è un delirio e immagino per un po' cosa possano provare gli atleti al Tour con la differenza che loro sono i più forti ciclisti del mondo mentre noi dei normalissimi pedalatori della domenica. Comunque qualcuno ci crede e l'andatura si fa subito sostenuta anche se temevo di peggio...certo le moto dell'organizzazione che ci precedono e fermano le macchine ai semafori o agli incroci limitano in un certo senso anche la velocità che resta sempre sotto ai 40kmh. Capisco subito che le strade francesi con tutti sti cazzo di spartitraffico sono veramente pericolose perdipiù nel gruppo a fianco di ciclisti abituati a queste situazioni ve ne sono altri che non segnalano nulla e zigzagano pericolosamente. I veri disastri però li troverò durante la prima notte dove si incrociano le peggio cose: gente senza luci o giubbotti rifrangenti, semafori rossi non se ne parla nemmeno di fermarsi, parecchi senza casco, peraltro non obbligatorio, con luci a intermittenza e vagolanti nel gruppo senza traiettorie fisse. Il tutto senza alcun controllo alla faccia del mito che mi sono sciroppato per anni "ah ma queste cose alla Parigi Brest non si possono fare, lì sì che ci sono i controlli"...certo mi rendo conto che controllare migliaia di ciclisti arrapati soprattutto in gruppo e di notte non sia facile ma almeno qualche persona in più me la sarei aspettata. In ogni caso tengo duro e resto con la testa del gruppo fino al km 120 quando su uno strappo veniamo raggiunti dai primi dell'ondata B partita 15 minuti dopo di noi evidentemente ancora più a manetta. A quel punto decido che ho pedalato fin troppo a lungo sopra le mie possibilità e mi accodo a qualche altro randagio meno scatenato. Al primo punto di ristoro di Mortagne mi fermo solo per riempire la borraccia e far fare acqua al merlo. Arrivo al primo controllo di Villaines dopo 220km in poco più di 7 ore ai 30kmh di media. Va bene così infatti la mia scelta di partire nel primo gruppo è dovuta anche al desiderio di evitare le lunghe code ai controlli o per mangiare che si formano soprattutto nei controlli centrali. La prima notte si pedala convenzionalmente senza dormire e calcolo di fare il primo pisolino a Brest a metà strada. Il meteo ci aiuta visto che sembra , ed in effetti sarà così, che non soffriremo nè la pioggia, nè il caldo nè il forte vento contrario. Alcuni che c'erano mi raccontano dell'edizione del 2007 quando piovve praticamente sempre ed infatti a Brest non c'era più posto sui treni che riportavano ciclisti semiassiderati a Parigi. Come previsto si continuano a formare gruppi più o meno numerosi e veloci e almeno per la prima notte non c'è problema a trovare compagnia pedalante.
Il percorso è il solito monotono saliscendi delle cotes francesi, io che pedalo qui da quasi una settimana ci sono abituato ma incontro alcuni italiani, alla loro prima esperienza, che non digeriscono questo terreno al quale generalmente non siamo abituati.
TIPICA CHIESA BRETONE

 Ai ristori l'organizzazione è abbastanza buona anche se in alcuni posti perdi molto tempo perchè il controllo è da una parte, il bar dall'altra, il ristorante e i bagni altrove. Mi rendo conto che gestire le ondate calde da 500 ciclisti in pochi minuti non sia semplice ma camminare a lungo con le scarpette non è semplicissimo ed infatti ad un certo punto inizierò a cavarmele anche per far muovere un po' la circolazione dei piedi ed in effetti finirò senza formicolii. Per noi vegetariani la vita è abbastanza dura vista la malsana abitudine locale a infilare ovunque poulet et jambon. Certo pasta o riso in bianco con qualche verdura si trovano sempre ma per le proteine devo affidarmi alle mie scorte di frutta secca. Arrivo comunque al primo bag-drop piazzato intorno al km 400 quando albeggia...i volontari milanesi coordinati da Mino Repossini che gestiscono questo pullmino pomposamente chiamato Casa Italia sono simpatici e caciaroni e ti fanno veramente sentire a casa. Io mi cambio, cambio le pile, imborso nuovo cibo e riparto con un ragazzo di Senigallia dove evidentemente risiedono parecchi randonneur. Come tutti dicevano la caratteristica principale di queste zone è che la notte e l'alba sono veramente fredde e umide ed il sole fino a dopo le 8 di mattina c'è ma non ti riscalda. Arrivo a Loudeac alle 10 e ormai pedalo da solo anche perchè la tirata delle prime ore inizia a farsi sentire e le ginocchia, già doloranti prima della partenza da Carpi, iniziano a farmi male se le carico troppo. Così vado del mio passo tra i pittoreschi paesini della Bretagna, tra i soliti su e giù della campagna dove però ogni tanto si incontrano salitelle più lunghe del solito. Fa anche moderatamente caldo ed è bene che ogni qualche km ci siano queste famigliole che vendono o regalano acqua, succhi, caffè e paste. Spesso nei paesini ci sono persone che applaudono e incitano col classico allez, allez oppure bon courage e soprattutto nei momenti di crisi sono veramente utili. Questa passione popolare è in definitiva la caratteristica più importante del brevetto...uno dei pochi posti dove invece che essere presi per casi clinici da rinchiudere nel primo manicomio disponibile si viene addirittura applauditi. Ovviamente non sempre e ovunque è così ma anche gli automobilisti sono generalmente comprensivi e si vede che ci pensano due volte prima di mandarti a quel paese come fanno di solito. Alle 14 sono a Carhaix e qui incontro un valdostano con in quale pedalerò varie ore. Intanto che stiamo ripartendo incrociamo l'uomo solo al comando della PBP : una specie di mastino tedesco che risponde al nome di Bjorn Lenhard che terminerà poi il brevetto a Parigi stabilendo il nuovo record di 42 ore e 26 minuti. Un altro mondo. Noi ripartiamo con più calma e veniamo raggiunti da un simpatico tedesco col quale inizio la salita all'antenna che rappresenta la cima Coppi del brevetto, è un lungo panettone tutto dritto che sarà simpatico da fare in discesa ma ora rompe proprio. Il tedesco mi racconta che nell'edizione precedente ha chiuso senza dormire in 53 ore ma che alla fine era così stanco che al ritorno a casa ha passato tre mesi a letto. Gli chiedo se ne è valsa la pena ma lui mi risponde implicitamente affermando che quest'anno la prende comoda senza badare al tempo. Ecco questa fissa del "fare il tempo" di stare sotto le 100 ore alla 1001 o sotto le 80 ore alla LEL o 60 alla PBP è davvero una tara competitiva molto pericolosa soprattutto per chi ci crede e compie sforzi esagerati per raggiungere quel traguardo. Il caso di questo simpatico Bavarese è emblematico ma più tardi incontrerò anche un italiano che aveva finito la PBP 2011 in 52 ore evidentemente a tali prezzi da fare partecipare anche lui alla presente edizione con lo spirito del "basta arrivare". Colgo l'occasione per segnalare un'altra anomalia: i "vincitori" dei grandi brevetti, per quel che ho visto io, sono sempre diversi. Ci si aspetterebbe una certa stabilità come avviene in tutti gli sport invece qui sembra che lo sforzo sia così prolungato e massacrante da farti desistere dal riprovarci....ma magari la felicità è così grande che uno viene appagato per sempre...
Intanto mi racconta di come sia cresciuto il movimento in Germania tanto da farla diventare la seconda nazione col maggior numero di iscritti alla PBP credo anche a causa della minore diffusione delle granfondo nella loro cultura ciclistica come avviene in Inghilterra o negli USA.
A dir la verità ci sono molti partecipanti, soprattutto francesi, che viaggiano col supporto di una macchina o camper quindi portandosi solo le borracce e gli attrezzi per cambiare la ruota...altro film da chi come me e la maggior parte degli italiani viaggia con 5-6-7 kg di borse.
Trovo poi un arzillo vecchietto francese che credo compia la propria buona azione quotidiana, anche se vietata, scortando per qualche chilometro i ciclisti in difficoltà sulle prime rampe.
In ogni caso raggiungo la vetta di questo panettone di 4/500mt di altezza sormontato da un'altissima antenna e pullulante di turisti o curiosi con camper e tende e tavolini che aspettano il nostro passaggio con la solita litania di bravò, allez, bon courage ecc.
L'attesa del famoso ponte di Brest, come tutte le attese del mondo, rallenta il tempo e ogni strappo risulta particolarmente rognoso soprattutto se ti sei convinto che "ormai sono arrivato" ...finalmente a un certo punto si arriva sull'oceano e compare il celebre ponte. Resto deluso perchè pensavo ci si passasse sopra e mi fermo per la tradizionale foto che un gentile bretone mi scatta quasi senza bisogno di chiederlo vista la consuetudine.
 E una bella serata e Brest deve essere una piacevole città ma quello che mi interessa ora è di godermi una buona mangiata e qualche ora di sonno visto che sto pedalando incessantemente da oltre 26 ore.
Sono in anticipo sulle mie previsioni e tutto sta andando bene ma l'esperienza mi insegna a non rilassarsi con prematuri entusiasmi: per tornare a Parigi mancano altri 600 km che sono nettamente più duri dei precedenti. 
Mi concedo il lusso di dare un'occhiata al telefono e di leggere qualche incitamento in arrivo dall'Italia, vedo che è molto carico come supporter il Covez che immagino si sia , soprattutto dopo aver visto in azione le Velomobile, immedesimato nel brevetto vista la sua esperienza all'EcoMatathon.
Intanto è arrivato il valdostano col quale mangio e poi decidiamo di concederci qualche ora di sonno nel dormitorio. Uscendo dal ristoro però noto qualcosa di strano: ho freddo ma noto che tutti sono in maglietta come me e non sembrano mostrare segni di assideramento. Mi straccio su una puzzolente branda da caserma ma dopo neanche due ore mi sveglio preoccupato dal roncare del socio della Vallèe ma soprattutto dalla mia fronte che scotta in modo inconfondibile...ho la febbre e diagnostico la causa nell'infiammazione delle ginocchia che, come scritto, mi fanno parecchio male. Leggo su internet che effettivamente queste infiammazioni possono anche portare alla febbre e mi vedo già mestamente seduto sul treno Brest-Parigi. Decido comunque di andare alla ricerca di un medico e mi avvio verso il controllo scortato da un tipo dell'organizzazione. La scena che mi aspetta è quella di 5o 6 ragazzotti con la divisa della Protection civile che evidentemente qui funge anche da pronto soccorso. Purtroppo mi avvisano che il medico c'è solo di giorno, saranno le 21, e io gli spiego i miei sintomi...tentano di provarmi la febbre con una macchinetta elettronica che non funziona perciò l'infermiere mi misura la temperatura con la mano come faceva mia nonna sentenziando che posso avere due o tre linee...in questa situazione surreale ricompare "the doctor" e qui mi aspetto tra i fumi febbrili di incontrare Valentino Rossi che mi consiglia di cambiare la marmitta....in verità le docteur alla domanda se sia ragionevole continuare in queste condizioni quasi si incazza e con spirito da legionario mi chiede se sono venuto fin qui a fare una passeggiata o per finire la PBP...mi rifila due aspirine invitandomi a levarmi dalle palle e di risalire sulla bici al più presto e lasciandomi tra le mani di una volontaria che tra le risatine degli amici mi massaggia le ginocchia dolenti...esco da questa visita abbastanza perplesso perciò telefono a mio fratello che è medico sportivo ma sostanzialmente concorda col collega francese prescrivendomi , come unica differenza, una bella bustina di Aulin....e poi pedalare.
Confortato da i pareri medici, dei quali generalmente diffido, ritorno sulla Giant e con il socio valdostano riprendo la strada per Parigi. In effetti dopo pochi km sto meglio, probabilmente l'aspirina fa effetto, e mi sento come Lazzaro. L'euforia potrebbe costarmi cara perchè in fondo ad una discesina, mentre siamo ancora a Brest, il socio inavvertitamente mi stringe su un cordolo di una rotonda, bassissimo ma insidioso tanto che basta da farmi scivolare la ruota anteriore...è un attimo perchè basta pochissimo per finire dolorosamente a terra...ho la netta percezione di aver avuto una grazia speciale e che le manone sante di Shiva, della Tara o della Madonna di Caravaggio mi abbiano sostenuto su quella rotonda velenosa evitandomi una caduta fatale. Proseguo lasciando copiose tracce organiche sull'asfalto e riproponendomi di stare molto più attento evitando distrazioni. Ritorniamo quindi sulla lunga ma pedalabile salita dell'antennona che ora che è notte si staglia come un'istallazione militare nella notte. Inizia a fare freddo e ci sorprendiamo molto nel vedere tanti ciclisti buttati a dormire nei fossi o sul ciglio della strada dove prenderanno un vagone di freddo quando sono in entrambi i sensi a pochi km. da Brest dove potrebbero o avrebbero potuto riposare al caldo. Valli a capì ma certo i colpi di sonno non perdonano.
In cima c'è un piacevole camper dove offrono tè, caffè, biscotti o succhi e discutiamo con i proprietari delle bontà e bellezze modenesi tra le quali spiccano Ferrari&Aceto Balsamico. Ci vestiamo il più possibile perchè la discesa sarà lunga e fredda, poi ci buttiamo per ritornare a Carhaix 12 ore dopo averla lasciata. E' questo probabilmente il tratto più duro della PBP e ricorda stranamente l'anello che si percorre alla LEL prima e dopo di Edimburgo. A questo punto ci sono veramente tantissimi ciclisti che stanno salendo e sono anche parecchio fastidiosi con tutte quelle luci che ti puntano negli occhi. Ne avevo parlato col Bavarese incolpando le ditte tedesche come la Lupine di produrre lampade fin troppo efficienti. Passiamo l'improbabile controllo a sorpresa prima di Saint Nicolas du Pelem e ci accodiamo ad un gruppetto di francesi in tiro da gara che giudicano invero disdicevole la nostra presenza da cafoni con tanto di borse e portabagagli. Sono a Loudeac alle 8 di mattina e faccio un po' di strada con un ragazzo del Molise che vorrebbe provare a stare sotto le 60 ore ma viene colto da spasmi intestinali, meglio noti come diarrea, che sono evidentemente pessimi compagni di viaggio. Pedalo un po' anche con Sandro di Milano, uno scafato randonneur già conosciuto durante alcuni brevetti in Italia, e che re-incontrerò più volte. Il ritorno alla postazione di casa Italia sancisce il superamento dei due terzi circa del percorso perciò mi premio con una bella doccia prima di indossare la divisa della nazionale che mi dovrebbe accompagnare fino a Parigi. Mi prendo l'Aulin consigliato e riparto in solitaria ma bello carico. Oramai la strada sembra vuota visto che non si incontrano più gli ultimi salitori, ormai senza speranza di rientrare a Parigi entro i tempi massimi ma che, mi spiegheranno poi, già partono con la sola destinazione di Brest avendo già in tasca il biglietto del treno per il ritorno. In verità si incrociano ciclisti , molti orientali, veramente improbabili, con bici pesanti e scalcagnate e ciabattoni da spiaggia. Sicuramente non sono i fighetti italiani sempre con equipaggiamento "top di gamma"....
Personalmente ho trovato una buona gamba, ho mangiato parecchio e passo un paio di controlli senza quasi fermarmi. 
Al controllo di Fougeres un giornalista mi chiede cosa ne penso della performance di Bjorn e del suo tempo record...se vuol sentirmi dire che è contro ntura andare così veloce, in effetti ufficialmente è arrivato sotto al tempo minimo perciò non sarà omologato, ha sbagliato persona perchè da quel che so la PBP è sempre stata una gara e se uno ne ha è giusto che arrivi primo. Se poi c'è un regolamento dovevano fermarlo prima...o i cancelli esistono solo per i ritardatari?
Durante la lunga tappa che porta a Villaines faccio coppia con un medico di Amburgo che parla un buon spagnolo visto che ha appena terminato un viaggio cicloturistico in sud America e che ha una buona gamba. E' pieno di escoriazioni visto che durante la prima notte è caduto in discesa distruggendo la ruota anteriore con tanto di dinamo e luce SON....però l'ha presa bene e ci da dentro come un fabbro. A pochi km dal controllo mi trovo senza energia fortunatamente troviamo una signora che vende ancore di salvataggio sotto forma di brioches, panini e cocacolazza che mi permettono di concludere la tappa. Il ritorno a Villanies significa che mancano "solo" 220 km a Parigi e festeggio la notizia con un'abbondante mangiata. Rivedo Sandro anche lui lupo solitario e mi preparo per l'ultima notte sotto i vigili occhi del pubblico. Questo posto è particolare perchè si lasciano le bici a pettine nella strada principale del paese, interamente chiusa per l'occasione. La mia impressione è che in queste cittadine di provincia, dove immagino accada in genere poco di nuovo, il passaggio di 6000 ciclisti provenienti da tutto il mondo rappresenti una festa unica e l'occasione per farsi trascinare nella follia che accompagna un brevetto così lungo. La differenza è che qui le persone sono assiepate dietro le transenne proprio a ridosso dei ciclisti e commentano ad alta voce non solo la nazionalità e l'aspetto dei cicisti ma anche le loro bici, i vestiti e finanche il contenuto delle borse. Con me sono particolarmente salaci anche a causa della lunga barba da profeta "Allez la barbe" e dopo aver visto nuvole di polver bianca uscire dalla mia borsa, in verità una innocua pastiglia di aminoacicidi che si è polverizzata, iniziano a fare battute su doping e altro. In verità questo è un problema serio e la mancanza di controlli anche in questo senso permette a chiunque voglia "barare" di farlo senza rischi. E si sa che per restare svegli 2 o 3 notti di fila i trucchetti chimici non mancano.
Comunque saluto i "bragheri" di Villaines e mi tuffo nell'ultima notte del brevetto e anche della mia carriera randagia. Anche qui il percorso frecciato è diverso, come già a Brest, da quello GPS ma incontro un francese che mi scorta per alcuni chilometri. Parliamo un po' del brevetto e del primo arrivato che secondo lui, dev'essere un purista, non dovrebbe lasciare traccia del proprio passaggio avendo infranto il sacro muro delle 43 ore e 56 minuti. In verità Le Parisièn ha già titolato "Infranto il record della PBP" e da anni in effetti i migliori scendono comunque sotto al tempo minimo e non per questo, come invece vorrebbe il francese, vengono depennati dal palmarès della corsa. E' tutta una finzione ipocrita perchè i francesi sono i primi a considerare contemporaneamente la PBP sia come gara sia come brevetto. Il tipo comunque è un abitante di Mortagne che però ha deciso di andare a dormire a casa e di proseguire per Parigi al risveglio. Non ha mai dormito e non si interessa, coerentemente, al "tempo" forse è solo troppo distinto per avventurarsi nei dormitori pubblici ma mi descrive queste colline e le foreste che le ricoprono con toni entusiastici. Io sono un po' meno entusiasta perchè ci sono parecchie salite e le ginocchia hanno ricominciato a far male ma tengo a botta fino al controllo di Mortagne dove arrivo verso mezzanotte. Per la prima volta ai ristori c'è della verdura cruda ma forse sarebbe stato meglio non ci fosse...chiedono 2 euri e 60 per un pomodoro affettato ed è un vero furto. Potrei continuare ma mi spiattello per terra per un'oretta di sonno che sarà provvidenziale. Oramai le 60 ore, ammesso che mi avessero mai interessato, sono irraggiungibili visto che dovrei arrivare a Parigi entro le 4. Già nel pomeriggio al medico di Amburgo che mi chiedeva "are you going fo the 60 hours?" avevo risposto con un laconico "I don't give a fuck". In effetti il mio tempo previsto prima della partenza era di 70/72 ore ed essendo abbondantemente sotto me la prendo comoda e dormo il sonno dei giusti.
Si riparte in discesa, è notte e fa freddo ma la meta è vicina. C'è una bella salita dopo qualche km e incrocio un tizio che pedala veramente duro, mi affianco per chiedergliene la ragione e scopro che ha lo scatto fisso. E' australiano ed è alla terza PBP ma mai era andato così veloce perchè ammette che lo scatto fisso ti obbliga ad andare forte. Vive a San Pietroburgo ma conosce bene l'Italia e parliamo un po' di tutto così non ci accorgiamo di aver sbagliato strada e dobbiamo tornare indietro per svariati Km. Il problema è che la strada di ritorno è frecciata molto peggio che l'andata e hanno probabilmente risparmiato sui cartelli...ancora qualche saliscendi e arrivo all'ultimo controllo a Dreux mentre albeggia. In mezzo allo sfattume generale vedo alcuni italiani che stanno ripartendo tra i quali riconosco Federico di Milano già conosciuto in Italia. Non fanno neppure accenno di aspettarmi perciò butto giù un'ultima brioche e li raggiungo visto che voglio evitare la crisi dell'alba in solitaria. In pochi minuti li raggiungo e mi metto a ruota poi incomincio a chiacchierare con Federico...non l'avessi mai fatto...il velo-italico che sta davanti si gira e ci intima di non parlare e di pensare a pedalare..potevamo parlare,bontà sua, a Parigi. All'inizio penso che stia scherzando poi capisco che fa sul serio e lo mando a quel paese...dopo un quarto d'ora il personaggio inizia a parlare animosamente anche lui, evidentemente dimentico della ramanzina appena fatta.
Ancora un paio di strappetti ed eccoci in periferia di Parigi tra bellissime foreste. Rientriamo verso il Velodrome da un parchetto nascosto che ci evita il traffico urbano. Anche qui persone che applaudono ma l'arrivo è un po' sottotono visto che invece del giro trionfale di pista ci aspetta il triste parcheggio.
ALL'ARRIVO CON FEDERICO "IL MARZIANO"
 Il buffet finale si rileva essere, soprattutto per un vegetariano, una beffa visto che è composto da un vassoio di pasta in bianco coll'immancabile poulèt e un muffin gommoso. L'unico regalo è una delle frecce segnalitiche che viene regalata ad ogni partecipante immagino per evitare che tutte quelle intorno al Velodrome vengano staccate come souvenir.
Neppure al bar c'è un panino senza carne ma chissenefrega, ho finito la Parigi Brest-Parigi in poco più di 65 ore ma soprattutto senza incidenti, forature o pioggia. Non mi posso lamentare e festeggio con svariate birre...Parlo un po' con vari italiani e tedeschi poi mi ricordo di essere stanco e mi trascino sulla bici verso Maurepas.
A casa incontro un americano reduce anche lui dalla PBP fatta in velomobile...è stato anche giudice della RAAM e gli argomenti non ci mancano. Il giorno dopo affido borse e bici agli amici carpigiani e rivivo l'emozione, visto che sono sulla strada, di rifare gli ultimi chilometri con alcuni compaesani sloveni...malgrado la pioggia c'è ancora più gente che incita e applaude...che spettacolo! Infine resto un bipede normale e visito l'interessante museo di quai Branly.
TOTEM PROVENIENTI DALL'OCEANIA

 Poi a sera ci vediamo con Pietro a Notre Dame per un giro di saluti e birre... anche lui è molto felice di aver concluso la PBP senza incidenti e con un tempo simile al mio.
Infine arriva il giorno del rientro, ritardato un incidente al radar del nosto aereo che è stato colpito da un grosso uccello sopra Barcellona.Non sapevo che John Holmes si fosse trasferito in Catalogna?
Finalmente rivedo San Luca e riabbraccio mia moglie, il viaggio è finito e così la mia piacevole avventura nel mondo delle randonnèe.
Alice se ne esce di scena tra i corridoi dell'aeroporto Marconi di Bologna canticchiando una vecchia canzone, in effetti una citazione dalla Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde, di Jeanne Moreau nell'ultimo film di Rainer Fassbinder "Querelle de Brest": Each man kills the thing he loves (Ogni uomo uccide ciò che ama...)


1 commento:

  1. Complimenti per la prestazione fisica e per il report: scritto molto bene! Mi ha trasmesso le tue sensazioni e mi ha proiettato al tuo fianco in questa ultra-pedalata!

    Veeg.90RPM (aspirante randonneur)
    www.90rpm.blogspot.it

    RispondiElimina